Aforismi di viaggio – I parte

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Sì, lo so, il web è pieno di post come questo e se nel leggere il titolo avete alzato gli occhi al cielo, dicendo “Nuuuuoooooo, ‘nata volta” vi posso capire. Però io non mi limiterò all’enunciazione di frasi che probabilmente tutti quanti voi conoscerete a menadito, ma voglio spiegarvi perché le ho usate nel mio libro. Perché ve l’ho già detto che ho scritto un libro? Sì? E vabbè, scusate, ve lo volevo solo ricordare.

Beh, cominciamo con la prima, il più famoso proverbio zen (per viaggiatori):

Non è importante la meta, ma il viaggio che fai per raggiungerla

(O qualsiasi sua variante) Breve, conciso e assolutamente vero. In diverse occasioni ho trovato molto più divertente il percorso che mi portava verso una destinazione rispetto alla destinazione stessa. Gli incontri casuali, le parole scambiate con degli sconosciuti (locali o altri viaggiatori), le eterne attese di un mezzo di trasporto che non sarebbe mai passato, i cibi. Ogni cosa ha contribuito ad arricchirmi quanto se non più del luogo che volevo visitare. Ricordo serate passate a bere aspro e forte vino cileno in compagnia di ragazzi provenienti da ogni parte del mondo, interminabili contrattazioni per salire su un carro bestiame che mi permettesse di arrivare in qualche centro abitato del Delta del Mekong, una cena luculliana in casa di una signora guatemalteca che mi aveva dato asilo in una notte freddissima, discussioni in lingua anglo-tibetana-piemontese con monaci buddisti a Dharamsala, competizioni culinarie con un cuoco peruviano innamorato della carbonara, risate con un venditore di monili sulla costa dell’isola di Lamu… potrei continuare all’infinito. Ogni cosa mi ha cambiato, ha modificato la percezione che io avevo di me stesso, mi ha aperto gli occhi sulla realtà, mi ha permesso di danzare selvaggiamente con la vita. Ecco perché io insisto sempre su un punto: niente viaggi organizzati, in cui passate il tempo su auto con aria condizionata e mangiate in ristoranti occidentali. Così facendo si rimane intrappolati in una bolla e il Paese visitato si trasforma in una semplice e scarna sequenza di posti. Affrontare l’ignoto, non sapere dove si dormirà la notte, trovare una soluzione quando sembra che non ce ne siano, entrare in contatto con la profonda umanità delle persone: ecco il fine ultimo del viaggio. E arrivare dove volevi, trovarti esattamente nel punto che avevi individuato sulla mappa, rendersi conto di esserci riuscito da solo… nulla mi sa dare quella sensazione di appagamento, di consapevolezza, di gioia.

Dove mai andiamo? Sempre a casa

Ho scoperto questa frase leggendo Pellegrinaggio in Oriente di Hermann Hesse, ma lo stesso autore tedesco ne attribuisce immediatamente la paternità al conterraneo Novalis. Ora, non vorrei essere frainteso: Hesse è tra i miei scrittori preferiti, ma non è un segreto che soffrisse di forti crisi depressive e che utilizzasse strani medicinali. All’epoca della stesura del Pellegrinaggio probabilmente Hermann si era rifornito da un pusher disonesto che doveva avergli dato qualcosa di molto forte ma tagliato male, ragion per cui questo aforisma viene interpretato dal nostro in maniera un po’ troppo… metafisica, diciamo così.
Per me il significato è decisamente più prosaico. Scado nel banale un’altra volta e affermo quanto segue: il viaggio è sempre dentro noi stessi. L’esteriorità è puramente contingente, il posto in cui ci troviamo è del tutto casuale. Quello che noi cerchiamo nel viaggio, che il chitarrista cerca nella musica, che il pittore cerca sulla tela, che il religioso cerca nella preghiera, che il mistico cerca nella meditazione, che chiunque cerca in qualsiasi modo sia più congeniale, è quel piccolo luogo solo nostro all’interno del quale nessuno può entrare e dal quale siamo stati chiusi fuori anche noi. È quel posto nel quale siamo in pace con tutto l’universo, ma soprattutto con noi stessi, dove finalmente ci liberiamo di paure e incertezze, dove siamo sicuri, invincibili, immortali. Aneliamo a raggiungerlo, nella maggior parte dei casi in maniera inconscia e per questo sbagliamo continuamente. Ma in qualche modo sappiamo che c’è e ognuno di noi ne va in cerca perché quel posto per noi è casa, l’unica, vera e insostituibile casa.

Beh, il quarto d’ora di serietà è passato e per me è giunto il tempo di tornare a essere il cazzaro di sempre. Ti è piaciuto questo articolo? Bene, sappi che ce ne saranno altri; dammi solo il tempo di rifornirmi di colla da sniffare e vedrai quali altri post tirerò fuori! Per il momento, se ti va (ma solo se ti va veramente), puoi lasciarmi un like e un commento qui sotto.

A presto.

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