Sull’aspettativa del viaggio

Aspettativa viaggio
Sull’aspettativa del viaggio

Premesso che ognuno di noi ama viaggiare, vi domando: vi è mai capitato di rimanere “delusi” da un viaggio?
Mi spiego meglio: cosa ci induce a scegliere una meta piuttosto che un’altra? Sicuramente molti aspetti, ma probabilmente quello più determinante è la sterminata mole di informazioni relative al “dove”. Foto, reportage, post, dépliant, siti web, programmi televisivi sono tutti strumenti che ci mettono di fronte allo struggente fascino delle città indiane, alla vastità delle savane africane, alla disarmante bellezza di una spiaggia del Pacifico o dei Caraibi. Appunto: “dove”. Peccato che invece nulla venga detto del “come”. Come ci si arriva fino a Jaisalmer, sull’isola di Lamu o a Tuvalu? Quante ore di aereo su un volo intercontinentale ci vorranno solo per avvicinarsi alla meta? E quante altre su velivoli decisamente più decrepiti, su treni fatiscenti, autobus scassati, mezzi di trasporto improbabili ce ne vorranno ancora per arrivare sul posto? Quante ore di riposo perse, quante notti insonni, quanti pasti indigesti, quante cene improvvisate, quanto tempo senza una doccia o un wc?


Mentre siamo lì con la nostra Lonely Planet in mano, ci immaginiamo solo di camminare per le strade di un antico centro coloniale olandese in Malesia, ma che dire di tutto quello che c’è prima? Le monotone attese in aeroporto, seduti su sedie sporche di gelato, le lunghe ore passate a lottare contro la nausea, mentre un bus sgangherato sta scendendo a rotta di collo dalle montagne, le interminabili file all’ufficio immigrazione, la disperata ricerca di un letto quando ormai è tutto chiuso e miliardi di altre scocciature. Solo nel momento in cui le viviamo ci rendiamo conto che anche nel viaggio, come in tutte le questioni della nostra vita, esiste una drammatica spaccatura tra l’aspettativa e la realtà. Insomma, la “materialità” del viaggio è ben diversa da quella che ci siamo immaginati mentre stavamo seduti sul divano, scolandoci una birra fresca.
I nostri trip mentali tagliano gli aspetti negativi del viaggio, eliminano i disagi, la fatica, la noia, le difficoltà e si concentrano sul momento pregnante, sull’attimo preciso nel quale contempliamo Machu Picchu al tramonto, sull’istante nel quale ci immergiamo nelle calde acque di Koh Tao, sulle sensazioni che proviamo mentre ci infiliamo dentro la fresca ombra di un tempio di Bagan, sulla meraviglia che ci inonda mentre vaghiamo senza meta lungo le strade di una Pushkar fervente per i preparativi del Diwali, sull’infinito silenzio che ci schiaccia mentre dormiamo su una duna di sabbia dell’Erg Chebbi.
La cosa bella qual è? Che lo sappiamo. Sappiamo dannatamente bene cosa ci aspetta nel momento in cui ci carichiamo lo zaino sulle spalle e chiudiamo dietro di noi la porta di casa. Conosciamo benissimo tutti gli aspetti negativi perché li abbiamo vissuti più volte sulla nostra pelle. Eppure partiamo lo stesso.
Perché?
Perché siamo malati, perché a noi quel disagio piace, perché il vagabondaggio è parte integrante del nostro essere, perché da quei sacrifici riusciamo sempre a trarre una lezione, perché siamo coscienti del fatto che quella, alla fine, è la parte più eccitante del viaggio, perché lì ci confrontiamo con noi stessi e le nostre paure e ne usciamo vincenti, perché ci rendiamo perfettamente conto che quella è proprio la nostra dimensione, dove siamo noi stessi, senza impalcature sociali imposte o costrizioni di vario tipo, perché quella è la vita per la quale siamo nati. E perché nulla può darti quella sensazione di libertà che sa regalarti la salita a forza di braccia fin sulla vetta della Piramide del Sole e Teotihuacán in una fredda alba di Novembre.
Perché siamo viaggiatori.

Ho raccolto queste e altre considerazioni personali sul mio libro. Leggi le anteprime!

6 pensieri su “Sull’aspettativa del viaggio

  1. Ma soprattutto: perché aspettiamo che la fatica del viaggio, dei sedili sporchi, del bus sgangherato e della salita venga ripagata da quel panorama, da quell’ombra, da quel tramonto. E non c’è niente di più bello del sapere che quella bellezza in qualche modo ce la siamo guadagnata 🙂

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  2. Io soffro purtroppo di mal di volo (che per un viaggiatore è un castigo divino) e ti dirò: sai che molto spesso mi capita addirittura di sentire la mancanza della nausea?! O_o Così come pure la mancanza delle mega scarpinate o della stanchezza a fine giornata. Una stanchezza però “felice”!
    Ad esempio l’altra sera mi mancava di brutto il sacchetto (QUEL sacchetto) e così ho acquistato un volo ahahhah povera me! 😀
    E per fortuna una volta a casa tutti i malesseri che hai elencato svaniscono per magia…per lasciare solo il ricordo delle emozioni più belle!

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    1. Beh, una scusa simile per comprare un volo non l’avevo ancora sentita! ;o))
      Anche io soffro i mezzi, in modo particolare gli autobus, tanto che ogni volta che parto mi porto dietro scatole di Xamamina. Però la soddisfazione che provi quando raggiungi un obiettivo cancella tutti i disagi.

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  3. Chatwin si chiedeva continuamente, “Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?” Ecco, abbastanza fedele alla metafisica del nomadismo che apparterrebbe a tutta la specie umana, io mi chiedo piuttosto: “Perché gli uomini oggi hanno smesso di guardare oltre e si sono fermati?”. Tutto quello di cui parli è vero, esiste, ma non mi piace pensare che accade “perché siamo malati”. Questa abitudine a voler unire al bisogno di viaggiare termini come malattia, ossessione, compulsione, mi mette sempre un po’ a disagio. Secondo me viaggiamo perché è nella nostra natura, perché ci fa star bene, perché ci aiuta ad evadere e a confrontarci col mondo. Eppure non si viaggia più come una volta. Piccoli ritagli di tempo sono spesso parentesi di una vita sempre uguale. Chatwin sosteneva che questa sedentarietà forzata ci spinge alla violenza e all’intolleranza. E secondo me aveva ragione perché oggi sono rimasti in pochi a voler affrontare la polvere del viaggio vero, i disagi di cui parli tu. Secondo me la vera malattia è quella che coglie chi si arrende all’immobilismo. Ciao Caro! 😉

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    1. Ciao, Lucilla. Non so per quale ragione, ma il tuo (splendido) commento era finito nello spam…
      Sì, probabilmente hai ragione, il termine “malattia” mal si addice alla nostra passione per i viaggi. Intendevo dire che si tratta di un’ossessione, a volte un po’ esagerata che ti porta a entrare in loop (ovviamente parlo per me).
      Quanto alla seconda parte del tuo commento, condivido: ormai basta fare un weekend in Liguria per sentirsi dei viaggiatori. Il viaggio come lo intendo io è fatto anche di disagi, incazzature, fatica perché è solo quando ti metti alla prova che puoi migliorarti. L’importante è non fermarsi mai, non rassegnarsi all’immobilità o a una finta mobilità, fatta di vacanze sempre identiche. Ciao.

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