La lieve irresponsabilità del viaggiatore

La lieve irresponsabilità del viaggiatore
La lieve irresponsabilità del viaggiatore

So bene che qualcuno avrà da ridire sia sul titolo che sul contenuto del post. Forse è anche per questo che ho aggiunto, inconsciamente, l’aggettivo “lieve”, come in un vago tentativo di ammorbidire la frase. Quanto al termine “irresponsabilità” ci ho ho pensato su parecchio, ma non sono riuscito a trovare un termine più adatto per esprimere lo stato d’animo del viaggiatore. Proverò a spiegarmi, ben sapendo che andrò a toccare qualche nervo scoperto.
Durante i miei viaggi mi è capitato in più di un’occasione di assistere a disarmanti scene di povertà, intollerabili ingiustizie, momenti di autentico dolore. Alcune di queste situazioni sono state riportate con la massima fedeltà possibile nel mio libro. Giusto per fare un esempio, potete leggere questo breve estratto del capitolo III: India.


Ci sono delle volte in cui io stesso ho bisogno di rileggere queste pagine per ricordarmi di quanto toccanti siano stati per me quei momenti. In sostanza: per non dimenticare. Già, dimenticare. Brutto termine, ma assolutamente preciso. Infatti, per quanto il coinvolgimento del viaggiatore possa essere profondo, non potrà mai essere totalizzante perché, in definitiva, si tratta di uno spettatore temporaneo che non ha responsabilità diretta di ciò che vede. Non è lui che ha definito quel sistema sociale o quelle leggi, non è mai stato compito suo opporsi a quelle ingiustizie, non è sua responsabilità provare a cambiare le cose. Nel caso specifico dell’India, non potevo essere io la causa della mutazione di un sistema sociale radicato da millenni nelle pieghe più profonde di quel popolo. Ecco da cosa deriva quella “irresponsabilità” del titolo: dalla presa di coscienza della totale mancanza di umanità di una situazione, ma anche dalla temporaneità della sensazione provata. Il viaggiatore si allontanerà da quella causa di disagio e l’effetto, poco per volta, tenderà fatalmente ad attenuarsi.
Giunto a questo punto del post, mi sembra di sentire le orecchie ronzare. L’epiteto più gentile che mi sento rivolgere è “menefreghista”. In realtà, per come la vedo io, è l’esatto contrario.
Anche di fronte a queste circostanze estreme, il viaggio costituisce un processo di crescita interiore, di elevazione personale. Il viaggiatore approccia il mondo con curiosità, spaesamento, voglia di scoperta. Questo stato d’animo lo rende più ricettivo, più comprensivo, più disposto ad accettare, conoscere, capire ciò che vede. Il viandante comprende che quella povertà, quell’ingiustizia, quella sofferenza sono anche sue. Capisce che quegli occhi piangenti sono i suoi, quelle mani tese sono le sue, quel volto incrostato di sporcizia e sudore è il suo. Si rende conto che non può violentare la realtà che lo circonda. Non può fotografare quella disperazione per mostrarla come un pacchiano trofeo a chi è rimasto a casa. Non può emettere sentenze definitive. Non può barricarsi dietro a patetiche presunzioni di superiorità. È costretto a scoprire la fraternità, la vicinanza, la comune appartenenza a un unico mondo e al suo destino. Deve sospendere il giudizio, accettare la realtà che gli si pone di fronte, riconoscere di essere straniero in terra straniera, adeguarsi alla cultura che lo sta ospitando, per quanto incomprensibile essa possa apparirgli.

Il viaggio ti costringe a cambiare o forse è meglio dire che ti costringe a cambiare i parametri attraverso i quali tu hai imparato a conoscere te stesso. Ti mette di fronte all’inferno e ti obbliga a entrare in risonanza con il suo ruggito. Ti obbliga a guardarti allo specchio e a prendere delle decisioni, a dare delle priorità. E queste cose non potranno mai essere del tutto negative.

Mi rendo conto di aver trattato un argomento difficile e di non averlo fatto nel modo migliore possibile. Tuttavia vorrei davvero avviare un dialogo con te che hai letto queste righe: ti riconosci in quello che ho scritto oppure no?

10 pensieri su “La lieve irresponsabilità del viaggiatore

  1. Non lo trovo affatto affrontato male l’argomento e nemmeno mi è passata per la testa la parola “menefreghista”.
    Quoto il commento precedente: non bisogna andare per forza in India per provare la maledetta impotenza (piuttosto che lieve irresposnabilità) generata da certe situazioni.
    Per quello bastano alcune stazioni o anche molti quartieri popolari!
    E tranquillo, rispetto all’India non mandi nessun messaggio sbagliato!

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  2. ROBERTA

    Condivido ogni singola parola che hai scritto, soprattutto: “Il viaggio ti costringe a cambiare o forse è meglio dire che ti costringe a cambiare i parametri attraverso i quali tu hai imparato a conoscere te stesso.” esattamente ciò che ho sempre pensato di me relativamente al mio girovagare . Sono più di 30 anni che viaggio (5 volte in India) e sono certa che il viaggio mi abbia cambiata, nel senso che la percezione della vita anche nel quotidiano ha preso una piega diversa. Durante il cammino sei attratto dall’avventura, dall’esplorazione, dalla curiosità, incontri persone nuove, affronti imprevisti, rischi, incognite, c’è insomma l’immediatezza del viaggio, ma è quando torni, quando sei nel tuo mondo, così diverso da ciò che hai lasciato, che le sensazioni fanno breccia e lentamente, giorno dopo giorno si stratificano, e ogni ricordo della mente traccia un sentiero dentro di te, un’emozione crea un orientamento segreto solo tuo… e non puoi più essere la stessa persona. Ho fatto mio ciò che John Steinbeck ha detto: “Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.
    Ciao, Roberta – Torino

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    1. Ciao Roberta. Grazie per il tuo bellissimo commento. Hai espresso in maniera perfetta quello che intendevo dire. La verità è proprio quella: il viaggio, lungo o breve, in qualche modo ti “tocca”. Bisogna anche dire una cosa, però, a nostro vantaggio: il viaggio “tocca” solo chi è predisposto a farsi toccare, chi ha il coraggio di affrontare la vita vera, le difficoltà, i disagi. Solo chi ha la forza di mettere in gioco se stesso e le proprie convinzioni. Quindi onore ai viaggi, ma anche onore a noi che sappiamo essere ricettivi ;o)

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      1. ROBERTA

        Sì è vero altamente ricettiva! Grazie mille Marco per ciò che mi hai scritto e non posso che essere d’accordo con te citando Tiziano Terzani: “Viaggiare non serve, se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé” (peccato l’abbia scritto lui e non io… 😉)
        Roberta

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  3. Pingback: Casa dolce casa… oppure no? – Marco Lovisolo

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