Casa dolce casa… oppure no?

Casa Dolce Casa... oppure no?
Casa Dolce Casa… oppure no?

Non so se lo avete notato, ma da qualche tempo mi diletto a scrivere post “tanticchia” provocatori. Va così. C’è stato il periodo in cui vi ho raccontato le mie vicende da autore autopubblicato, mettendola sul ridere. Adesso, invece, vado in cerca di risse. Del resto è pure facile; tra qualche giorno partirò per le ferie e chi mi becca più? Insomma, come si suol dire: tiro la pietra e nascondo la mano.
Beh, veniamo a noi. Chi bazzica sul web, nello specifico per quello che riguarda i viaggi, inevitabilmente sbatte prima o poi nei libri. Non mi riferisco solo a quelli dei grandi scrittori, ma a quelli di autori emergenti, travel blogger, scrittori di viaggio in genere. A tal proposito, in maniera del tutto imparziale, si intende, vorrei consigliarne uno scritto da un GIOVANE e promettente autore torinese, intitolato Lo zaino è pronto, io no. Ah, ve ne ho già parlato? Ok, scusate, allora andiamo oltre.


Dicevo, il web pullula di libri di autori-viaggiatori, molti dei quali raccontano della loro scelta radicale di abbandonare la vita secolare, fatta di casa, lavoro e impegni vari per dedicarsi anima e corpo al viaggio.
Come spesso capita in questo nostro strano Paese, si sono venute a creare due tifoserie opposte e totalmente intolleranti l’una verso l’altra. C’è chi considera questi autori “eroi” e chi invece li definisce “scansafatiche” o peggio. In questo post vorrei esprimere la mia opinione, ponendo l’accento in maniera molto chiara sulle parole MIA e OPINIONE. Nessun giudizio, nessuno schieramento, solo il mio personalissimo e fallace punto di vista.

Premessa: per qualche tempo anche io mi sono baloccato con l’idea di abbandonare tutto e partire e ammetto che ancora oggi, ogni tanto, mi capita di pensarci. In linea di principio, quindi, l’idea di vagabondare per alcuni anni mi affascina. Scoprire il mondo, vedere e conoscere culture così diverse, imparare a cavarsela da solo e bastare a se stesso, sperimentare quella lieve irresponsabilità del viaggiatore… Come si fa a non esserne attratti? Tuttavia, per motivi vari, tra i quali non nascondo ci sia sempre stata una piccola dose di timore, non ho mai concretizzato questo progetto. A distanza di anni, però, credo di aver capito un paio di cose, o forse mi illudo solo che sia così, ma più ci penso e più mi sembrano sensate.
Il viaggio, per quanto lungo e impegnativo, rimane pur sempre una vacanza, una sospensione della propria vita, un temporaneo allontanamento dalla fatica dell’esistenza quotidiana. Il vagabondaggio comporta una serie di scelte difficili, ma basilari: mangiare, trovare un riparo per la notte, procurarsi dell’acqua per la propria igiene (e per qualcuno nemmeno quello). Non presenta nessuna delle immani difficoltà che si nascondono dietro la parola “casa”. Perché il fatto, poi, è uno solo: la vera avventura la si vive a casa. È in quel luogo che sviluppiamo le nostre capacità di costruire qualcosa, affrontando difficoltà e problemi e mediando con le persone che ci sono vicine. È a casa che impariamo la difficile arte di conoscere la felicità, il segreto per raggiungerla e per regalarla. È quello il luogo nel quale ci rapportiamo strettamente con gli altri, esponendoci fatalmente all’errore, al conflitto, al malinteso, alle lunghe ed estenuanti trattative per raggiungere un’armonia comune. Casa è il posto nel quale escono i lati peggiori di noi e quindi anche il luogo nel quale impariamo a conoscerci e a correggerci, dove siamo, per forza di cose, costretti ad ascoltare le critiche altrui e a farle nostre per migliorarci. È il centro assoluto della nostra esistenza concreta e tale continuerà a essere, per quanto ci si allontani da esso, per quanta strada si decida di frapporre tra noi e “lei”.
Il viaggio, e quello in solitaria in particolare, costituisce una forma di riposo dall’intensità domestica. È un attimo della nostra esistenza, nel corso del quale ci mettiamo metaforicamente in pantofole, prendendoci una pausa, più o meno lunga, dall’assillo della quotidianità. È una fase nella quale, sotto certi aspetti, smettiamo di agire attivamente per lasciarci conquistare da una piacevole passività, dove permettiamo alle cose di fluire in maniera spontanea.

Ora io non vorrei essere frainteso. Guai a rinunciare al viaggio perché costituisce un fondamentale elemento di crescita per ognuno di noi. A maggior ragione un viaggio lungo , di alcuni mesi, può essere un banco di prova eccellente. Se poi uno trovasse la propria dimensione nell’infinito vagabondare, farebbe solo bene a mollare tutto e partire. Tuttavia, oggi più che mai, mi è ben chiara una cosa: l’amore per il proprio focolare e quello per il viaggio, in realtà, sono esattamente la stessa cosa, perché nel primo si può cogliere la vastità del mondo sconosciuto, ma è solo nel secondo che si apprezza pienamente l’importanza di quel luogo che chiamiamo “casa.”

5 pensieri su “Casa dolce casa… oppure no?

  1. Notevole come hai espresso bene il concetto nell’ultima frase! Tuttavia dipende da tanti fattori. Sai, il focolare quando è troppo forte brucia!
    Per come lo vivo io, il viaggio è una vera e propria fuga e ogni santa volta faccio sempre più fatica a “ritornarci” a casa.
    Per fare un esempio a te caro per me la parola “casa” è alla stessa stregua di Frau Blucher: sento i cavalli! 😀
    Si, nelle vesti di vagabonda mi ci vedrei perfettamente!
    Buona dom-estica dom-enica! 😉

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  2. Pingback: LA CASA DOV’È? – Marco Lovisolo

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