La casa dov’è?

Casa
Casa

Il primo luglio pubblicai un post che ebbe un discreto successo: Casa dolce casa… oppure no? Se non lo avete ancora fatto, vi invito a leggerlo per comprendere meglio il senso di ciò che sto per scrivere… e anche per aumentare il traffico sul mio blog ;o)
Letto? Bene. L’articolo, nel suo piccolo, ha ricevuto un tot di commenti, ma uno in particolare, lasciato sulla mia pagina FB, mi ha indotto a pensare. Lo riporto quasi testualmente, riconoscendo il merito al suo autore: Bruno Pernice:

“Se per casa intendiamo anche un posto nel mondo geocraficamente circoscritto, credo che esso riservi sempre delle sorprese e non lo si possa mai conoscere del tutto in quanto ognuno di noi non è mai conoscibile del tutto. Sono le nostre abitudini a farci credere che una cosa la conosciamo del tutto. Posso guardare con occhi nuovi un vecchio posto della mia infanzia oppure interpretarlo diversamente in compagnia di persone sconosciute. Casa esiste solamente dentro di noi. E secondo me casa puoi viverla da esploratore sempre, solo volendolo.”

Questo commento ha messo in subbuglio il mio unico neurone e mi ha indotto a chiedermi: cos’è VERAMENTE “casa”? Quanto è assoluto per ognuno di noi questo concetto?

Il viaggiatore è sempre un nomade, un forestiero, un ospite. Vive luoghi che non sono suoi, dorme in letti che non gli appartengono, entra in case in cui non abita. Durante il viaggio abbandona le abitudini, il conosciuto, ogni cosa nota e si trasforma in un randagio che possiede solo se stesso. Questo atteggiamento forzato lo altera inesorabilmente, ne modifica le percezioni, accresce la sua esperienza di vita, lo cambia al punto tale che al suo ritorno non è più la stessa persona che è partita, lo fa diventare oggetto di una impercettibile metamorfosi che si ripercuote inevitabilmente anche sulla realtà circostante, perché ora la vede da una nuova prospettiva.

La “casa” non fa eccezione: si rinnova, subisce cambiamenti, si modifica in funzione del nuovo sguardo che vi si posa sopra. Ne consegue che tutto quello che abbiamo in realtà altro non sono che luoghi nei quali sostare temporaneamente, perché si sviluppano con noi, mutano attraverso la nostra crescita, acquisiscono una forma diversa perché con il tempo e le esperienze accumulate noi li percepiamo in maniera differente.

Al ritorno da un viaggio il focolare domestico ci apparirà difforme da come ce lo ricordavamo, trasformato dalla scissione originale della partenza e da tutta la vita accumulata nel frattempo.

Il vagabondaggio comporta sempre uno scollamento, un distacco dalla quotidianità, un allontanamento, spesso traumatico, da tutte quelle realtà che inconsciamente consideriamo un prolungamento di noi stessi: famiglia, lavoro, amicizie, impegni, casa. Insegna a sentirsi sempre stranieri, perfino quando ci si trova tra le mura domestiche.

In definitiva anche per questo vale la pena di viaggiare: per tornare, rivedere con occhi nuovi la propria “casa”, abitarla in maniera più poetica, meravigliarsi di cose alle quali non avevamo mai fatto caso.

Il viaggio, in realtà, non finisce mai, prosegue dentro di noi e attraverso quel luogo amato che dobbiamo di nuovo imparare a conoscere.

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