#DesertIslandRecord

Desert Island Record
#DesertIslandRecord

Tirato in ballo da Orsa nel carro non mi sono potuto esimere dallo stilare la classifica degli album che mi porterei su una spiaggia deserta. In realtà devo dire che si tratta anche di un’ottima scusa per aggirare il blocco dello “scrittore” che da qualche tempo mi fa fare una fatica bestiale per riuscire a mettere insieme le circa seicento parole necessarie per pubblicare uno straccio di post, quindi ne ho subito approfittato.
Premessa: tra le mille attività nelle quali ho riversato un mucchio di soldi, tempo e fatica, ma che non mi hanno restituito quasi nulla c’è anche la musica. Ebbene sì, oltre che un quasi-scrittore e quasi-blogger sono pure un quasi-musicista, un quasi-chitarrista per la precisione. Del resto ho cominciato che avevo vent’anni, all’epoca i capelli c’erano ancora tutti e cosa c’era di meglio che fare il chitarrista metal? Questo per dirvi che tra gli album di cui parlerò ce ne sono anche un paio di quelli che mi hanno indotto a imbracciare la chitarra e conseguentemente a fare bestemmiare i miei vicini di casa come dei camionisti turchi.
Bene, allora cominciamo.


Ho detto metal, ma se c’è stato un album che veramente mi ha illuminato sulla strada per Damasco, quello è Wish you were here dei Pink Floyd. E beccatevi subito quest’asso di briscola! Shine on your crazy diamond e Wish you were here sono stati due pezzi determinanti nella mia formazione musicale e anche nell’ingrezzimento di quella povera donna di mia madre, che alla decima volta nella giornata che sentiva ripetere «Remember when you were young, you shone like the sun…», sbottava con un casto e pio: «Emmacchedduecoglioni con sta canzone!»
Adesso dirò una cosa che farà scoppiare una guerra di religione confronto alla quale le crociate sembreranno il dopolavoro ferroviario: per me Wish you were here è il miglior album dei Pink Floyd. E adesso, cultori di The dark side of the moon e The wall, massacratemi pure.

Wish You Were Here
Wish You Were Here

Album numero due. Un giorno, mentre ero lì che cercavo di tirare giù a orecchio l’intro di Wish you were here, spunta un mio amico con un’audiocassetta (essì, all’epoca c’erano ancora le audiocassette… non sono ammesse battute sull’età) e mi dice: «Ascolta un po’!»
Metto su la cassetta e sento partire una canzone che mi fa venire voglia di piangere e ballare nello stesso tempo. Si trattava di The thrill is gone, nella versione di B.B. King. Avevo scoperto il blues. Abbandonai immediatamente Wish you were here per tirare giù gli accordi di quella melodia triste ed esaltante.
Avrò visto B.B. King almeno una decina di volte live e ogni volta era uno spettacolo continuo. Grande B.B.
Ah, l’album si intitolava Completely well, del 1969.

Completely Well
Completely Well

Un po’ di sana ignoranza rockettara fa sempre bene. Di Back in black, primo album degli ACDC dopo la morte di Bon Scott, ne ho dovuto comprare una seconda copia perché la prima l’avevo letteralmente consumata. È l’album di super hits come You shook me all night long, Back in black e Rock’n’roll ain’t noise pollution, ma la mia traccia prediletta è Hells Bells: campane che suonano a morto, ipnotica intro di chitarra e la voce tagliente di Brian Johnson: «I’m a rolling thunder, a pouring rain \ I’m comin’ on like a hurricane». Ho i brividi pure adesso che lo sto scrivendo.

Back In Black
Back In Black

Negli anni Novanta io avevo vent’anni, quell’età selvaggia e malinconica nella quale vivi solo di ideali. Era l’epoca del disagio giovanile espresso nella musica di un pugno di giovani di Seattle che seppero creare un sound unico, l’ultima grande variante del rock: il grunge. Era il tempo dei Nirvana, dei Pearl Jam, degli Alice in Chains. Per me è stato soprattutto il periodo di una band che aveva avuto origini antecedenti al grunge, ma che ne aveva saputo coglierne l’essenza, fondendola con una tecnica musicale degna dei Led Zeppelin: sto parlando dei Soundgarden. Il loro album più celebre è Superunknown, un capolavoro di stile e tecnica difficilmente imitabile. Ascoltato e suonato fino alla nausea, girato e rigirato all’infinito. La morte di Cornell per me è stata davvero un colpo terribile. So che sembra banale retorica, ma avevo ascoltato talmente tanto la sua musica da avere quasi l’impressione di conoscerlo. Profetiche le parole del loro pezzo più famoso, Black hole sun: «In my shoes, a walking sleep \ And my youth I pray to keep \ Heaven sent hell away \ No one sings like you anymore».
We’ll always miss you, Chris.

Superunknown
Superunknown

In chiusura l’ultimo album, quello che a mio avviso ha segnato in maniera indelebile il rock moderno, dalla fine degli anni Ottanta in poi: Appetite for destruction dei Guns’n’Roses. È difficile trovare un disco in grado di mantenere per tutta la sua durata un livello qualitativo così alto. Spesso sbeffeggiati perché considerati una band minore, i GnR riuscirono a dare una scossa al genere hair metal, all’epoca rappresentato da band grandiose come gli Aerosmith e i Motley Crue. Presero quella base e ci infilarono dentro una componente punk che produsse uno dei più grandi album di sempre. Purtroppo, nonostante le uscite di album successivi, Appetite for destruction segnò la fine di una band stratosferica: troppe le tensioni interne alla line up, in particolar modo tra Axl e Slash. Tuttavia, ancora oggi, quando mi parlano di rock il mio pensiero vola automaticamente a quell’album.
Nel 1992 a Torino ho avuto la fortuna di assistere al più bel concerto della mia vita: tre band da urlo si alternarono sul palco e io ricordo che uscii dallo stadio sui gomiti per aver pogato almeno otto ore di fila. Opening act con i Soundgarden, che all’epoca presentavano Badmotorfinger, poi i Faith no More e gran finale con i GnR . E chi se lo scorda più…

Appetite For Destruction
Appetite For Destruction

E insomma mi pare di capire che io sulla spiaggia verrei a portare un po’ di casino…

5 pensieri su “#DesertIslandRecord

  1. Occaspita un mancato metallaro?! *_* Scusa ma stride con l’immagine che ho di te e del tuo fedele coltellino biancocrociato hahaah 😀 (ho cominciato a leggere il tuo libro) 😉
    No ma che casino, sono ottime scelte musicali! Dal range storico in cui rientrano i tuoi dischi direi che siamo quasi coetanei (?).
    Grazie mille per aver partecipato al tag! 🙂

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  2. Mi sa che io sono autorizzata a fare commenti sull’età, visto che mi pare di capire che più o meno siamo “della leva” 😉 Scherzi a parte, mi hai fatto tornare in mente quando andai per la prima volta a Londra e da qualche bancarella comprai due t-shirt: una dei Soundgarden e una degli Stone Temple Pilots (chissà se esistono ancora). Di ritorno a casa della vecchietta che mi ospitava, fecero scendere tutti dal treno per un allarme bomba, e in preda al panico dimenticai la borsa con le t-shirt appena acquistate. Se non fosse stato per il tuo post non avrei più pensato ai Soundgarden!

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