Mollo tutto e me ne vado!

Mollo tutto e me ne vado!
Mollo tutto e me ne vado!

Scusate se torno di nuovo sull’argomento, ma io sono uno “tignoso”: se le cose non mi sono ben chiare, continuo a ruminarci sopra in maniera compulsiva. Sono un erbivoro mentale… praticamente: una capra!
Bene, la domanda è sempre questa: si può veramente mollare tutto e partire, vivere di viaggi, essere dei vagabondi seriali? In un precededente post scrissi di alcuni personaggi che hanno deciso di abbandonare la loro vita secolare per dedicarsi al viaggio. Alcuni di loro hanno poi raccolto le loro esperienze in libri che sono diventati degli autentici best sellers (che poi questi che scrivono libri di viaggio chi li capisce? Ehm…) Ora, sia ben chiaro a tutti che io non sono qui a giudicare le scelte di queste persone, ma mi domando: una fuga “totale” è possibile?

Voglio dire, quando sei lì, davanti a una cartina, con una birra in mano e gli occhi scintillanti per il viaggio a venire, diventa davvero semplice abbandonare se stessi. Le tue preoccupazioni quotidiane, di qualsiasi genere siano, vengono temporaneamente accantonate; il tuo modo di essere, di agire, di comportarti è stato abbandonato in qualche angolo recondito della tua coscienza e qualsiasi suo tentativo di riaffermare la propria presenza viene messo a tacere quasi con noncuranza.
Poi arriva il momento della partenza e tutto il tuo entusiasmo viene letteralmente prosciugato dall’ansia che la precede (ne avevo parlato in questo post). Cominci a chiederti: “Ma chi me l’ha fatto fare?”, guardi il divano come se fosse l’unico essere su questa terra in grado di volerti bene, prendi in seria considerazione l’idea di non partire e di comportarti come se niente fosse: vai al lavoro, la sera esci, incontri gli amici…
Lo stato di esaltazione ritorna rapidamente in auge e raggiunge il suo apice nei primi momenti della nuova avventura: luoghi, persone, cibi, usanze sono così diversi e alieni dalla nostra quotidianità, da riempirci completamente i sensi. Viviamo in uno stato di elettrizzante positività che ci fa guardare al futuro con fiducia quasi incrollabile. Almeno per qualche tempo.

Già, perchè non so voi, ma nel mio caso questo appagamento in alcuni momenti risulta essere vagamente effimero. Poco alla volta quel mio modo di essere che ero riuscito a zittire, comincia a reclamare la sua parte e non c’è modo di ricacciarlo indietro: una volta che è partito, arriva senza ombra di dubbio a destinazione. Ecco allora che cominciano a profilarsi dubbi e ansie che parevano essersi assopiti da qualche parte: troverò un tetto per questa notte? Domani prenderò il treno giusto? I soldi mi basteranno? Mi ammalerò? Insomma, mesi di preparazione, di studio, di ricerche se ne vanno in fumo. Quell’obiettivo ricercato così a lungo, improvvisamente scolorisce. I fasti della recente vittoria sbiadiscono e il mio vero “io”, la parte cosciente che alberga nel mio corpo, prende il sopravvento e impone il suo dominio.

Non fraintendetemi, non è che in viaggio io viva in uno stato d’ansia perenne, tutt’altro: sono molto più numerosi e lunghi i momenti di estasi rispetto a quelli “ansiogeni”, ma ogni tanto capita che emerga il mio carattere originale. Insomma, volente o nolente, in viaggio mi porto dietro me stesso, con tutti gli aspetti negativi e positivi del caso.
Per fortuna, sono dotato di un solo neurone, nemmeno troppo sveglio per la verità, che può fare una cosa sola alla volta: o si preoccupa o si gode il viaggio. In genere “la seconda che hai detto”, tanto che poi alla fine non vorrei mai tornare indietro. Tuttavia a volte mi chiedo: ma non è che il viaggio migliore è quello che scaturisce dalla tua fantasia mentre stai leggendo la Lonely Planet di qualche sperduto paesino africano? In altre parole: non è l’attesa del piacere essa stessa piacere?
Ecco, un pomeriggio di seghe mentali per arrivare a partorire lo slogan del Campari Red Passion…

Voi che viaggiatori siete? In viaggio riuscite a vivere completamente il “qui e ora” oppure anche voi, ogni tanto, vi ritrovate inavvertitamente a seguire i percorsi mentali del vostro quotidiano?

17 pensieri su “Mollo tutto e me ne vado!

  1. Mhhh Signor Lovisolo dalla sua anamnesi risulta che lei soffre di una pericolosissima forma iniziale di sindrome da “dormeuse ottomana” (er divano), pertanto le prescrivo con urgenza due biglietti aerei via endovena. E stia lontano dalle cene a base di granchio! 😛
    Che viaggiatore sono io? (notare il maschile) Nella quotidianità sono Dottor Jekyll, in viaggio Mister Hyde! 😉
    Ciao e buon fine settimana!

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  2. Solo per darti un’idea: il giorno prima di partire inizio a pensare cose del tipo “avrò fatto bene a prendere due giorni di ferie con tutte le cose che ci sono da fare in ufficio? Quando tornerò dovrò fare il lavoro di routine più quello arretrato… E l’albergo non costerà troppo per le mie finanze? Se mi rompo un dente e devo farmelo aggiustare potrò pagare con la carta di credito?” Poi quando sono sul posto di solito iniziano paranoie della serie: “Vorrei vedere anche questa cosa ma non c’è tempo… Solo più due giorni e poi si torna a casa” Quindi tranquillo, mi sa che siamo in tanti 😉

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    1. Ciao Silvia. Dovremmo fondare il club degli ansiogeni. Comunque è significativo questo fatto (almeno nel mio caso): quando parto e nei primi tempi sono divorato dall’ansia, poi poco alla volta la metto da parte. Mi sa che dovrei trarre delle conclusioni…

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  3. Bruno

    Quelli che mollano tutto e scrivono un libro poi lavorano più di prima. E gestisci i social, e promuovi il libro, e vai alle presentazioni, e abbandona la famiglia se ne hai una, e scrivi il nuovo libro e mantieni la tua immagine e contatta l’editor e rispondi alle mail e vai dal commercialista perché le tasse ti stanno sbranando i guadagni che credevi fossero infiniti come quell’orizzonte che hai mirabilmente raccontato… Insomma, ritmi pazzeschi. In più l’idea, quella si ansiogena, che il nuovo viaggio sarà LAVORO, mica piacere. Poverini. Goditi i tuoi viaggi mentali Marco, continua a raccontarci i tuoi viaggi ‘fisici’ da viaggiatore libero con la testa sulle spalle e non da viaggiatore fintamente naif sotto contratto. Ciao!

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    1. Bruno for President!
      Sì, la penso anche io come te: le cose che facciamo per diletto, tali devono rimanere. Se le trasformiamo in lavoro diventiamo “impiegati” del viaggio. Tuttavia ci sono casi di persone che ci sono riuscito, penso per esempio a Carlo Taglia, che continua a pubblicare, vendere e viaggiare.
      Grazie per essere passato da qui e aver commentato. A presto.

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      1. ciao Marco, grazie del feedback. Avevo sentito qualcosa del fenomeno “Vagamondo”. Ho sbirciato un po’ qui e la, mi pare che il ragazzo poco più che trentenne si sia trovato un lavoro redditizio e piacevole, non privo di imprenditorialità. A settembre, quasi quotidianamente sarà a fare presentazioni in hotel, cascine etc. e pure all’università. M’immagino che stress per un viaggiatore come lui, dormire in un albergo o mangiare al ristorante… Bisognerebbe chiedere allo scrittore Taglia come consideri questo mese di tour de force e di marketing personale e del libro: come ulteriore “avventura/viaggio” o come “impegno pianificato per sostenere la sua immagine e le vendite dei suoi prodotti”? In ogni caso, poco cambia, c’è sempre bisogno qualcuno che s’impegni a far sognare la gente, per professione o meno. Dunque, bene così.

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      2. Ah ecco chi era quel Bruno.
        Sì, non c’è ombra di dubbio che dietro al successodi Taglia ci sia del marketing. Io non l’ho letto, ma rispetto molto il fatto che nonostante le decine di offerte ricevute abbia deciso di continuare a pubblicare tramite il self-publishing. Poi certo, non è così “ingenuo” come vuole farci credere…

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  4. Lo ammetto, la sindrome da routine quotidiana mi prende quando sono all’aeroporto pronta (no, pronta fondamentalmente non lo sono mai) per tornare a casa. Durante il viaggio, se non fosse che uso il telefono per aggiornare il blog e fare ogni tanto qualche foto, lo lascerei a casa perché il viaggio voglio godermelo in tutto e per tutto! Va da sé che ogni viaggio sia diverso, affrontato in un momento della vita diverso in cui non sempre si può lasciare da parte la propria vita quotidiana, ma l’intenzione sia mia che del mio “partner in crime” è sempre quella di lasciarsi dietro il portone della quotidianità, chiuso a doppia mandata!
    Erica

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    1. Ciao Erica e benvenuta.
      Concordo pienamente con il tuo punto di vista, anzi in genere esagero e arrivo al punto in cui non aggiorno il blog e nemmeno i social… Sai quelle cose che non dovresti fare mai? Ecco.
      Comunque è vero: la fase di vita nella quale ci si trova di volta in volta modifica le percezioni e quello che a volte sembra un ostacolo insormontabile in altri casi ti pare una sciocchezza.
      Grazie per essere passata di qui ;o)

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