Morte (metaforica) di un commesso scrittore

avere a che fare con i librai
Librerie e librai

Il fatto di avere autopubblicato un libro, in genere fa un po’ perdere il senso della misura. Quasi istantaneamente ci si vede seduti in una libreria, con una costosa Mont Blanc in mano e fans adoranti in fila per farsi firmare la copia della tua ultima fatica letteraria. Tra l’altro per comprarsi questa pietra miliare dello scibile umano, hanno fatto indicibili sacrifici economici nel corso dei sei mesi precedenti.
Con questa immagine negli occhi, ti dirigi baldanzoso verso qualche prestigiosa libreria, ignorando il fatto nella vetrina della suddetta libreria siano esposte esclusivamente opere provenienti dalle grandi catene dell’editoria. Ma tu hai in mano il TUO libro e pensi:
«Chi mai potrebbe essere così stolto da non volerlo vendere? In fin dei conti qui stiamo parlando di un capolavoro assoluto, di un’opera che cambierà per sempre i parametri della letteratura mondiale, di un testo in confronto al quale “Furore” di Steinbeck è una caccola di mosca. Sicuramente lo accetteranno. Anzi, ti imploreranno di portargliene millemila copie…»
Entri in libreria, con aria un po’ annoiata ti avvicini al bancone e reciti la tua tiritera al proprietario. Costui ti guarda come se avesse visto una lucertola spiaccicata a terra, da dietro il bancone prende un bastone e con quello allontana il tuo libro fino a farlo cadere per terra. In seguito sbuffa, ti guarda di nuovo, questa volta con riprovazione, prende rotolone di carta e alcool e disinfetta con teutonica precisione il punto del bancone sul quale pochi istanti prima stava appoggiato il tuo libro. Infine si degna di grugnire qualcosa tipo:
«No grazie, e non rompermi più i cogl…i con ‘ste schifezze», dopodichè si mette ad armeggiare sul suo pc, senza degnarti nemmeno di uno sguardo, come se tu fossi evaporato.

Diciamo che dopo questo siparietto la tua autostima comincia leggermente a incrinarsi, ma tu sei recidivo e passi alla libreria successiva.
Alla ventesima porta sbattuta in faccia, nella nebbia che avvolge il tuo cervello da megalomane inizia a farsi strada un piccolo dubbio:
«Ma niente niente, vuoi dire che il MIO libro non interessa? Ohibò, come è mai possibile?»
Eh no. Del tuo libro non gliene potrebbe fregare di meno, anche perché di pirla come te che vanno a sporgere la gobba ne vedranno qualche dozzina ogni giorno.
Non rimane che fare una cosa: sfruttare l’unico elemento certo sul quale si basa da secoli la società italiana. Ovviamente mi riferisco alle conoscenze! E allora comincia la fase di stalking di tutti i tuoi contatti:
«Senti, ma tu conosci qualcuno che abbia una libreria?»
Alla fine, dopo mesi di indagini così approfondite che Sherlock Holmes ti spiccia casa, riesci a recuperare il contatto di un tizio che è amico di uno zio acquisito della seconda moglie di tuo cuggggino di terzo grado. Trattasi, quest’ultimo, di un refuso umano che hai visto una volta sola nella vita, al funerale di qualche lontano parente, e del quale hai subito pensato: «Che cojone!», pensiero probabilmente contraccambiato dalla persona in questione.
Calpesti la tua dignità e ti presenti da questo fantomatico libraio. Colto da ansia da prestazione ti porti dietro venti copie del tuo tomo, parcheggi nell’area dedicata allo scarico delle merci, tiri giù lo scatolone, entri nel negozio e ti appoggi ansimante al bancone. Il tale ti guarda né più né meno come hanno fatto tutti i librai precedenti, ma non ti può cacciare via perché in tutta la catena di intermediari che ti ha permesso di agganciarlo, c’è stato qualcuno che gli ha promesso «un caffè uno di questi giorni». Si prende le copie del tuo libro e ti sbatte fuori dal negozio.
«Allora mi fai sapere tu quando le hai vendute tutte?» domandi con un sorriso ebete.
«Seeeeeee, tranquillo, ti chiamo io…»
Passano i mesi senza che dalla libreria si facciano sentire fino a quando a distanza di quasi un anno, ti decidi a chiamarli tu.
Dopo un imbarazzante quarto d’ora nel corso del quale annaspi per fargli ricordare chi sei, lui risponde:
«Aaaaaahhhh sì, tu sei quello sfig… sì, ho capito chi sei. Aspetta, adesso controllo… eh, guarda, delle venti copie che ci hai portato ne abbiamo avanzate alcune».
«Alcune quante?» domandi tu, immaginandoti vendite mirabolanti e vedendoti già proiettato verso l’alba di un luminoso domani da scrittore.
«Venti».
Decidi che ormai ne hai abbastanza, gli dici che il giorno seguente passerai a riprenderti il malloppo e, senza aspettare risposta, chiudi la comunicazione, condendo il tutto con un dotto: «Mavàdaviailcü…»
Il giorno dopo entri nel negozio, ripeti l’ignobile manfrina per farti riconoscere e alla fine il tizio, rivolgendosi alla signora delle pulizie che in quel momento sta lavando i pavimenti, le dice:
«Caterina, per favore, mi porti quello scatolone che c’è in bagno».
«Quello su cui appoggiamo i rotoli di carta igienica?»
«Sì, sì quello».
I due minuti successivi li passi a fissare negli occhi il laido personaggio che hai di fronte, giurandogli con il pensiero che se mai lo incontrerai mentre attraversa la strada, sul marciapede opposto ci arriverà camminando con le braccia.
Arriva Caterina con lo scatolone, tu lo apri e ti accorgi che di copie ne sono rimaste sedici.
«E le altre quattro?»
«Quali altre quattro? Me ne hai portate solo sedici».
«Erano venti, me lo hai detto anche tu ieri»
«Ah è vero, ne abbiamo vendute quattro… ieri ero un po’ stanco, non ricordavo».
«Beh, allora adesso ricordati di mettere mano al portafoglio».
Il tizio apre la cassa con ritrosia e angelicamente ti chiede: «Beh, fifty-fifty, giusto?»
Ormai hai raggiunto il punto di esasperazione e no, fifty-fifty NON è giusto. Lo guardi dritto in faccia e con una voce percepibile solo dal tuo interlocutore, rispondi:
«Fifty-fifty stocazzo! Mi dai il 70%, come fanno tutte le librerie altrimenti giuro che mi metto a pisciare in vetrina!»
Si sa, con le buone si ottiene tutto. Ti metti in tasca i tuoi venti euro, prendi lo scatolone con gli invenduti, esci senza salutare, entri nel primo bar, butti i venti euro sul bancone e li spendi tutti in birra. Almeno quelle quattro copie vendute sono servite a qualcosa.

La sostanza “seria” dietro a tutto questo mare di sciocchezze? Lasciate perdere le librerie: hanno già i loro problemi a sbarcare il lunario in un paese in cui non legge nessuno. Fanno fatica a vendere i grandi classici, pensa un po’ il tuo libro.

6 pensieri su “Morte (metaforica) di un commesso scrittore

  1. Ti prego dimmi che hai romanzato o che era una barzelletta O_O
    Te lo dico io come andrà la fiction:
    quando il tuo libro sarà Best Seller e tu sarai famoso, il laido inkheart verrà da te ad elemosinare indietro le 16 copie rimaste per rilanciare la sua becera libreria ormai caduta in disgrazia.
    Tu rileverai la libreria e firmerai con la Mont Blanc (la stessa che userai per il firmacopie ingiro per librerie nazionali) la lettera di licenziamento del tizio.
    Caterina invece finirà a lavare portoni.
    Fine.

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    1. Romanzato, ma nemmeno troppo… comunque il tizio ci ha provato a dire che gliene avevo date di meno. La faccenda della birra invece è vera.
      Sì, penso anche io che finirà come dici tu, in fin dei conti mi basta vendere solo altre 10.000 copie…

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  2. E per continuare la previsione di Orsa ti dirò di più: faranno un film di questa storia, e la scena clou sarà proprio questa. Attori di fama mondiale faranno a gara per interpretare il tuo ruolo (tra i favoriti ci sarà Jude Law, cosa ne dici?) e gli stronzetti che ti hanno snobbato si roderanno doppiamente il fegato!
    Mentre leggevo il tuo post chissà perché avevo in mente la scena in una libreria torinese ben precisa vicino a Palazzo Carignano 😉

    Liked by 1 persona

    1. Grazie. La cosa tragica è che, ovviamente, mi sono preso qualche licenza artistica e ho un po’ romanzato il tutto, ma neanche poi tanto. Credo che smettero di avere a che fare con le librerie: troppa fatica per portare a casa due spicci…

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