Si può afferrare la bellezza in viaggio?

afferrare la bellezza di un viaggio
Scrivo per cogliere la bellezza di un viaggio

Possiamo stare qui a contarcela quanto ci pare. Il viaggio, è vero, ha i suoi aspetti “catartici”: ti mette alla prova, ti fa fare i conti con te stesso e le tue paure, cambia i parametri attraverso i quali valuti il mondo e ciò che ti circonda… potremmo andare avanti all’infinito, esprimendo tutti gli aspetti positivi del viaggiare senza meta. Tuttavia non possiamo negare un fatto evidente: in giro per il mondo NON ci si va solo ed esclusivamente per il semplice piacere di vagabondare, perché, se così fosse, basterebbe spostarsi di venti chilometri da casa ed esplorare le zone circostanti. È vero, noi andiamo in India perché stimolati dall’incontro con una cultura nuova e diversa, per assaggiare cibi insoliti, per confrontarci con l’Altro e l’Altrove in ogni sua forma, ma lo facciamo anche per scattare una bella foto davanti al Taj Mahal, per catturare le immagini erotiche di Khajuraho, per immortalare i suggestivi corsi d’acqua delle backwaters del Kerala. Durante i nostri viaggi, più volte al giorno usiamo le nostre macchine fotografiche o i telefoni per rendere immortale un attimo della nostra vita.
Perché?

Fondamentalmente perché gli esseri umani reagiscono alla bellezza con un inconscio tentativo di possesso. Di fronte alla bellezza di un luogo, di un volto, di un paesaggio, tutti quanti noi siamo colti dall’irresistibile desiderio di afferrarla, di avere tra le mani un segno tangibile che dimostri la nostra presenza e l’importanza che quel momento ha avuto per noi. Forse in questo modo si spiega il grande successo di Instagram, spesso inondato di foto di luoghi esotici, di monumenti, alberghi, cibi.
Qui, però, entriamo in contatto con un aspetto difficilmente interpretabile. La bellezza, infatti, è sfuggente, è il risultato di un incalcolabile numero di fattori che concorrono a condizionare la nostra mente. Ciò che oggi ci appare incommensurabilmente bello, domani potrebbe non attirare la nostra attenzione perché nel frattempo il nostro umore è divenuto meno ricettivo, la luce è cambiata e non mette più in evidenza quel dettaglio che ci aveva colpito. Soprattutto entra in gioco la soggettività dell’osservatore, per cui ciò che a me appare smisuratamente attraente per un’altra persona può essere del tutto trascurabile.
Personalmente ritengo la fotografia un ottimo modo per entrare in possesso di quella bellezza. Almeno in linea di principio. Già, perchè a me capita spesso di agire compulsivamente. Sono talmente preso dal mio bisogno di catturare la bellezza che si stende davanti ai miei occhi da utilizzare interamente tempo e risorse per cogliere quell’attimo fatale che, nelle mie intenzioni, dovrebbe permettermi, a distanza di anni, di godere di nuovo del piacere di quella vista. In questo modo, in realtà, io non ho assolutamente colto quel momento perché, invece di assaporarlo pienamente con tutti i miei sensi, ho passato tutto il tempo a cercare l’angolatura migliore, a regolare il diaframma, ad aspettare che gli intrusi che impallavano l’immagine si levassero dai piedi. E una volta ottenuto il risultato, non ne sono soddisfatto, cerco una nuova posizione, un nuovo sguardo, un particolare aggiuntivo. In sostanza mi dimentico di fare l’unica cosa che veramente mi permetterebbe di possedere quella bellezza: vederla.
Ecco perché, riguardo alla fotografia, parlo di “linea di principio”. Se io, PRIMA di fare una foto mi prendessi il tempo di comprendere coscientemente quanto sto vedendo, in quel preciso momento riuscirei immancabilmente ad afferrarne la bellezza. La foto sarebbe solo una semplice appendice, poco significativa per altro, perché forzatamente limitata dalle sue dimensioni fisiche e dal fatto che è percepibile solo alla vista.
Che fare, dunque?

Io personalmente ho trovato nella scrittura l’unico metodo efficace per comprendere coscientemente il mondo che mi circonda mentre viaggio. La scrittura comporta analisi accurate, metodica scelta dei termini, profonda attenzione al qui e ora, percezione allargata a tutti i sensi, maniacale aderenza alla realtà. Per descrivere un luogo non è sufficiente la sua dimensione visuale; bisogna ricordarsi del sole che ti scalda le spalle, del leggero odore delle spezie appena cucinate, del lontano latrato di un cane, dello sgradevole sapore dell’acqua in bottiglia che nel frattempo si è riscaldata. La scrittura permette di mettere su carta e rendere immortali sensazioni, pensieri, emozioni, sorrisi, lacrime, attimi. È più completa, profonda, duratura, estesa.
Queste sono le ragioni che mi hanno spinto a scrivere un libro e che mi porteranno a scriverne altri: possedere in maniera assoluta e inequivocabile quella bellezza che ho vissuto.
Ci sono riuscito? In parte sì. Qualcosa inevitabilmente è andato perduto, ma altre cose sono riemerse mentre rimescolavo bramosamente al fondo del mio essere per riportare alla luce i ricordi. E quelle cose sono particolari insignificanti: una banconota spiegazzata, una mosca sul tavolo, una zuppa calda, un uomo che legge il giornale. Ma in fondo, diciamocelo, non sono proprio quei particolari a rendere unico il momento vissuto?

5 pensieri su “Si può afferrare la bellezza in viaggio?

  1. Bellissime parole! A volte il bisogno di immortalare un momento va a discapito del viverlo. Per quanto anche noi rientriamo nella categoria degli scattisti compulsivi, finito il momento della “cattura”, cerchiamo di dedicare sempre tutto il tempo necessario per viverlo. Sarà forse per questo che siamo estremamente più lenti degli altri visitatori , prima di lasciare un luogo ? 😀

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    1. Grazie. Avete capito perfettamente il senso del post. Fotografare va benissimo, a patto di fermarsi, prima o dopo, a “vedere” ciò per cui ci siamo fermati. Il problema è che spesso (parlo per me) si fa la foto e poi si passa immediatamente alla cosa successiva. Altre attività, come la scrittura e la pittura, richiedono molto più tempo e obbligano a guardare con maggior attenzione. 😊😊

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  2. Quanto è vero quello che dici! E sai che non avevo mai pensato alla funzione della scrittura da questa “angolazione”? Sei stato illuminante! C’è stato un periodo in cui fotografavo come un’invasata, poi è venuto il periodo purista dell’osservazione (senza scattare ossessivamente) e ora ho raggiunto lo stato di grazia, un magnifico equilibrio fra godermi il momento, osservare e solo poi scattare.
    Ah per quella domanda che mi avevi fatto ecco la data precisa, sono andata a vedere direttamente sull’account F. 13/08/2017 😉

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    1. Ciao Orsa e bentornata dalla foresta di Sherwood.
      Grazie per i complimenti. Come dicevo anche ai Lemuri, secondo me qualsiasi cosa va bene, purché uno riesca a trovare il tempo di fermarsi e apprezzare quello che vede. Io dopo tanti anni e tanti viaggi, non ho ancora raggiunto quello stato zen che mi permetterebbe di fermarmi e godere pienamente la bellezza che sto contemplando. La scrittura in questo mi ha aiutato più della fotografia, ma è una cosa del tutto personale.
      Grazie per le info. ;o)

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  3. Pingback: ENRICO GUALA – LADAKH – Marco Lovisolo

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