Elogio della letteratura di viaggio

Narrativa di Viaggio
I ferri del mestiere

Zitti, zitti, zitti… tanto vi sento anche se non parlate. State dicendo più o meno così:
«Ah, beh, grazie! Hai scritto un libro di viaggi, lo credo bene che adesso stai qui a magnificare la letteratura di viaggio!»
In effetti non posso darvi torto: cerco di tirare l’acqua al mio mulino. Tuttavia, vorrei allargare il discorso a termini più generali e spiegarvi perché io ritengo questa forma di letteratura particolarmente importante oggi.
A mio personale avviso oggi la narrativa più autentica è quella che racconta in presa diretta i fatti, le cose, la realtà che ci circonda. Badate bene, NON ho detto la più importante o la più nobile, semplicemente la più “autentica”.
Perché?


Il mondo odierno cambia a velocità vorticosa, difficilmente afferrabile. Abbiamo decine di mezzi grazie ai quali provare a interpretare questa realtà sfuggente: i giornali, la televisione, internet con i suoi miliardi di siti indipendenti e di forum. Personalmente, da qualche tempo a questa parte, ho cominciato a nutrire una crescente sfiducia nei confronti dei media tradizionali. Chiamatelo qualunquismo oppure, per usare un termine che va molto di moda, populismo. Fatto è che noto un sempre maggior asservimento di questi strumenti a un tipo di informazione standardizzata, quasi imposta dall’alto.
Internet garantisce potenzialmente una maggior libertà e probabilmente anche una visione più vera delle cose, ma d’altro canto presenta un limite difficilmente superabile: è sterminato. Sicuramente in mezzo al mare magnum del web ci saranno siti attendibili e indipendenti, ma scovarli è come cercare il proverbiale ago nel pagliaio. Insomma, per trovare un sito valido, quanti Napalm51 ci si deve smazzare?
Ecco allora che entra in gioco la letteratura di viaggio, principalmente quella prodotta dai grandi giornalisti che si trovano sul posto, persone che prima ancora che reporter erano o sono dei veri viaggiatori. Personalmente nutro un amore spassionato per due autentici “monumenti”, ormai passati entrambi a miglior vita: Ryszard Kapuscinsky e Tiziano Terzani. Quello che mi ha sempre affascinato di questi giornalisti divenuti, forse loro malgrado, autori è il profondo senso del dovere che hanno portato avanti nei loro scritti. Ho sempre percepito in loro questa fortissima responsabilità verso i loro lettori, questa necessità impellente di essere totalmente aderenti alla realtà, di riportare la verità dei fatti nudi e crudi.

Certo, è anche vero un fatto: le pagine di un libro di viaggio, qualsiasi sia l’autore, sono per loro stessa natura intrise di caducità. Sono il racconto di un essere umano con tutto il suo carico di soggettività e ritraggono un momento preciso di una realtà che quasi immediamente fugge via. La velocità del mondo moderno rende desuete le loro pagine: le frontiere cambiano, alcuni paesi semplicemente spariscono nel nulla mentre altri sorgono nel giro di una notte. Ma le sofferenze umane, gli abusi, le ingiustizie razziali, quelle rimangono, sono una macchia indelebile che non deve costituire un peso, ma un monito continuo. In quest’ottica le opere di Terzani, Kapuscinsky, Dalrymple, Thubron, Theroux o di chiunque altro si sia misurato con la letteratura di viaggio, assumono un peso specifico enorme: sono testimonianza viva di una realtà passata, della quale dobbiamo imparare a cogliere i lati positivi e, al tempo stesso, rifiutare quelli negativi.
La narrativa di viaggio, oggi, è a mio modo di vedere, pesantemente ghettizzata. Gli autori nominati sono degli autentici idoli per chi ha il sacro fuoco del viaggio nelle vene, ma sono trascurati dalla maggior parte degli altri lettori. Lo ritengo un errore perché priva buona parte delle persone di una prospettiva molto utile per comprendere il mondo moderno.

Di seguito troverete (solo alcuni) libri viaggio che per me hanno avuto un grande significato. I vostri quali sono?

Ebano – Ryszard Kapuscinsky

Fantasmi, dispacci dalla Cambogia – Tiziano Terzani

Le vene aperte dell’America Latina – Eduardo Galeano

8 pensieri su “Elogio della letteratura di viaggio

  1. Alizia

    Amo la letteratura di viaggio ecco alcuni dei miei autori preferiti: Giuseppe Tucci ,Alexandra David -Neel ,Fosco Maraini, Bruce Chatwin e il grande Tiziano Terzani che quando ho cominciato a leggerlo io eravamo in pochi a conoscerlo …………..

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      1. Chatwin appare un po’ datato. E poi aveva un difetto, che purtroppo hanno anche alcuni altri autori, romanzava un po’ troppo e univa fatti accaduti in momenti diversi. Per me la letteratura di viaggio deve invece essere precisa e onesta, non è fiction. Magari imprecisa su certe valutazioni, basate inevitabilmente su elementi scarsi (per citare Theroux, il mio preferito), ma le parti più romanzesche o gli excursus li riserverei solo all’interiorità dell’autore – fondamentale in un libro di viaggio – e non alle pagine in cui racconta quello che vede e fa.

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      2. Dipende cosa intendi per romanzare. Faccio un esempio su Chatwin, che non è proprio il mio preferito. In “In Patagonia”, parlando di Punta Arenas cita la rapina alla banca della città da parte di Butch Cassidy e Sundance Kid. È evidente che ci abbia marciato un po’ sopra, ma il fatto pare storicamente accertato. Ora, capisco che un purista possa vedere una contaminazione in questo modo di fare. Io personalmente la ritengo una licenza accettabile, volta a rendere più fluida la lettura.
        Contestualizzare vicende personali nella storia del paese lo ritengo corretto. Se l’autore si limitasse a fornire solo un resoconto delle sue sensazioni, saremmo di fronte a un reportage troppo personale.

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  2. GianLuca Marroni

    La mia opinione personale (riponete le pietre, per piacere) è che la letteratura di viaggio è spesso noiosa in quanto scade nel didascalico. A volte sembra di leggere i post di travel blogger alle prime armi. Una vera e propria letteratura di viaggio (o forse di ambiente) dovrebbe descrivere un posto attraverso l’ambientazione di una storia.

    Un esempio che mi viene in mentee, naturalmente molto personale, sono i luoghi di Pian della Tortilla – Steinbeck – che mi colpirono tanto quando li incontrai da spingermi ad esplorare quelle zone la prima volta che andai in America.

    Questo naturalmente se si sta parlando di letteratura e non di giornalismo…

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    1. Ciao GianLuca e benvenuto.
      Sono d’accordo con te, ma per la natura stessa del genere io personalmente ritengo che la “storia” descritta debba essere quasi necessariamente autobiografica. Altresì è perfettamente legittimo che si ambienti una storia romanzata in uno specifico luogo, ma a patto che l’autore, per proprie esperienze pregresse, lo conosca bene.
      Hai citato Steinbeck e adesso io dirò una bestialità, ma è il mio blog quindi nessuno mi può bannare ;o) Io ho trovato molto più interessante la descrizione della Route 66 fatta da Steinbeck in Furore rispetto a quella di Sulla strada di Kerouac.

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