Ritorno a casa: abitare l’intermezzo

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Ritorno a casa

Dopo qualche post necessario alla riorganizzazione del blog, torniamo qui a parlare di filosofia del viaggio.
Alcune settimane fa avevo parlato delle zone “intermedie” del viaggio, quei momenti non ben definiti che si infilano tra il prima, il durante e il dopo. In quell’occasione scrissi della fase intermedia esistente tra il prima e il durante. Vivere il viaggio passa anche dall’attesa all’aeroporto, dal volo, da tutti quegli infiniti momenti che dividono l’attimo in cui ci si chiude la porta di casa alle spalle dall’arrivo a destinazione.

Ma che dire della fase che intercorre tra il durante e il dopo? Di quel periodo, anch’esso relativamente breve, che occupa il tempo tra il momento in cui si sale sul taxi che ci condurrà in aeroporto e quello in cui si infila la chiave nella porta di casa?

Ritorno a casa: il pieno di emozioni

Non so voi, ma in quel lasso di tempo io mi sento come ubriaco. Il pieno di ipotesi antecedenti la partenza si è totalmente svuotato. In compenso le sensazioni cercano di farsi strada nella mia coscienza. Durante il viaggio ho visto luoghi, parlato con le persone, gustato cibi. Ho sentito nuovi linguaggi, sperimentato improbabili mezzi di trasporto. Sono entrato in contatto con una realtà vibrante e scintillante. In pratica: ho vissuto.

Tutta questa vita ora reclama il suo spazio e lo fa in maniera disordinata, caotica, esagerata. L’abbondanza di percezioni tracima e mi trasforma. In più di un’occasione mi sono ritrovato vittima di una logorrea galoppante. Avevo bisogno di parlare con qualcuno, di esternare questa immensità di sorprese vissute. L’abitacolo del taxi, la sala d’attesa dell’aeroporto, la cabina dell’aereo diventano luoghi di contatto nei quali io posso esprimere questa mia costante meraviglia. Non sempre le persone incontrate erano contente di trovarsi di fianco a uno psicopatico prolisso, ma ho la presunzione di aver trasferito loro una parte di quel mio contagioso entusiasmo.

Ritorno a casa: no Itaca? No Odissea!

D’altro canto, alle sensazioni del viaggio si aggiunge l’aspettativa del ritorno alla tua casa dolce casa. L’ho già spiegato altre volte: va bene il viaggio, anche lungo, ma non avrebbe senso se non ci fosse un luogo a cui tornare. Senza Itaca non ci sarebbe mai stata alcuna Odissea.

Il nomadismo perenne in sè sarebbe del tutto insoddisfacente quanto la sedentarietà continua. Il viaggio non è un movimento a sè stante. È più un movimento all’interno di un movimento più grande che è la vita, la quale è fatta di partenze e di vagabondaggi, ma anche di ritorni e di pause.

Nell’intermezzo che precede il “durante” si pongono le basi per il viaggio che verrà. In questo secondo intermezzo, invece, si prepara il terreno al “dopo”, una fase nella quale emergo preponderanti il ricordo e la sintesi. Ma tutto questo è ancora di là da venire. Adesso è il tempo in cui dare inizio alla decantazione, alla sedimentazione delle emozioni sul fondo del nostro animo. In quel catino ribollente, gli eventi vissuti cominciano a fondersi con la nostra personalità e poco alla volta si trasformeranno in ricordi.

Ritorno a casa: cosa succede alle nostre sensazioni?

Il blocco monolitico che in questo momento occupa interamente la nostra coscienza è destinato a essere sezionato, elaborato, ri-vissuto. Con il tempo riusciremo lucidamente a discernere cosa abbiamo imparato riguardo a noi stessi, agli altri, al mondo. Alcuni eventi diventeranno pietre miliari della nostra esistenza perché da essi trarremo delle lezioni che, forse, decideremo di applicare nella nostra vita futura.

Tutto questo “terremoto” emozionale comincia la sua genesi in quelle ventiquattro ore scarse che ci fanno ritornare al nostro quotidiano, alla familiarità dei luoghi e delle persone.

Trovate che abbia esagerato? Non capita anche a voi di vivere le stesse sensazioni?

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