Psicologia del viaggiatore: la delusione

psicologia del viaggiatore

In un precedente post ho parlato della “delusione” che, a volte, affligge chi viaggia. Il problema è che non si sa mai bene cosa aspettarsi da un viaggio, per cui, saltuariamente, può capitare di andare incontro a piccole frustrazioni.

Passiamo il tempo a fantasticare sulla destinazione, ma non mettiamo in conto tutti i disagi necessari per raggiungere quella meta. Ci concentriamo esclusivamente sul “dove” e tralasciamo totalmente il “come”.

Eppure ci sono altri motivi che possono dare vita a questo lieve disinganno, cause decisamente più subdole.

Psicologia del viaggiatore: la mancanza di ricettività

Uno dei motivi con i quali mi scontro spesso è la mancata coincidenza tra ricettività personale e luogo visitato.

Il volo aereo riduce (per fortuna) in maniera drastica i tempi di percorrenza. Capita così di ritrovarsi catapultati dall’altra parte del mondo senza aver prima sviluppato la giusta capacità di comprendere il luogo nel quale ci troviamo. In quel momento, e in buona parte di quelli immediatamente successivi, stiamo vedendo le cose giuste al momento sbagliato. La psicologia del viaggiatore viene messa a dura prova. Il nostro subconscio non ha ancora elaborato lo spostamento e le informazioni ci giungono in maniera totalmente scollegata.

Questa sensazione di spaesamento viene ulteriormente amplificata dalla dimensione esotica del nuovo paese. Se la meta del nostro viaggio è l’India o il Medio Oriente, con ogni probabilità appena scesi dall’aereo ci siamo trovati catapultati in mezzo a strade trafficate, mercati rumorosi, animali che si aggirano in mezzo alle persone. L’abbigliamento di chi ci circonda, il linguaggio per noi incomprensibile, la vegetazione lussureggiante, l’odore di spezie sconosciute: sono tutte sensazioni che ci vengono letteralmente “sparate” addosso quando noi non siamo ancora del tutto preparati. Non riusciamo a sentire la voce dei luoghi che visitiamo perché il nostro orecchio interno non s è ancora predisposto all’ascolto.

È necessario qualche giorno di acclimatamento alla nuova realtà per poterla apprezzare pienamente.

Questa, credo, è la ragione per cui i viaggi molto brevi, a volte, lasciano dietro sé uno strascico di delusione.

Psicologia del viaggiatore: l’eccesso di informazioni

Un altro aspetto, valido soprattutto per le grandi città, è l’enorme mole di cose da vedere. Eccessivamente coinvolti dalla nostra frenesia di afferrare la bellezza in viaggio, corriamo a destra e manca. Questo moto perpetuo ci porta a vedere, nell’arco di pochissimo tempo, luoghi assolutamente indipendenti tra loro. Un momento ci viene chiesto di cogliere la perfezione dell’architettura di un palazzo e subito dopo dobbiamo prestare attenzione a uno scavo archeologico. Mondi totalmente sconnessi tra loro e dotati di un unico e superficiale punto di contatto: l’ubicazione geografica.

Faccio un esempio relativo alla mia città: Torino

Se percorrete la centralissima via Accademia delle Scienze, vi troverete immancabilmente ad ammirare la facciata convessa di Palazzo Carignano, opera seicentesca del Guarini. Poche decine di metri più in là c’è l’ingresso del Museo Egizio. Ecco la dicotomia: un attimo siamo presi ad ammirare un palazzo barocco e il momento successivo ci troviamo a contemplare mummie e sarcofagi. Come possiamo aspettarci che la nostra ricettività sia sempre efficiente? È come se ci dicessero di apprezzare una degustazione di gorgonzola seguita subito a ruota da un sorbetto al cioccolato.

Psicologia del viaggiatore
Palazzo Carignano a Torino

Purtroppo, è un fatto, il viaggio distorce la nostra curiosità in base a un criterio esclusivamente geografico, che di per sé non ha alcun valore. A volte ti viene quasi voglia di tornartene in quella che è la tua vera casa. Per fortuna passa subito.

A voi capita mai di vivere questo genere di sensazioni?

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Se poi ti interessa davvero quello che scrivo, forse ti farà piacere dare un’occhiata al mio libro di viaggi.

4 pensieri su “Psicologia del viaggiatore: la delusione

  1. Mi ritrovo soprattutto nel secondo punto: l’eccesso di informazioni. Per tanto tempo prima di partire riducevo la Lonely Planet o la Rough Guide di un paese o di una città a un campo di battaglia pieno di sottolineature, “orecchie” alle pagine, post it, graffette, poi partivo e mi riducevo a fare sempre troppi chilometri a piedi o in macchina per vedere tutto. E poi alla fine non mi assaporavo niente. Ora che sono cresciuta (leggi: invecchiata) non sempre compro le guide e se le compro le lascio a casa. E se non vedo tutto di un posto… ho un motivo in più per tornarci 😉
    Buon weekend!

    1. Marco Lovisolo

      Silvia, ti capisco. Anche le mie LP erano ridotte in uno stato… sembravano cadute in fiume. In effetti la prossima frontiera del viaggiatore è il movimento con calma, secondo ritmi umani. Quel che si vede, bene. Quel che non si vede… si ritorna a vederlo.
      Buon we anche a te.

  2. Ciao! A me non è successo, ma ho scoperto che a Parigi alcune ambasciate (se non ricordo male quella del Giappone è tra queste) offrono un sostegno psicologico ai connazionali delusi 🤔… quindi immagino sia una situazione piuttosto frequente.

    1. Marco Lovisolo

      Ciao! Beh, addirittura sostegno psicologico… un po’ esagerati i giapponesi! Però la leggera delusione è più frequente di quanto si pensi. Ciao e buon we!

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