Capitolo I: Kenya

Primo capitolo del libro: si parla di Kenya.

Fare un viaggio in Africa senza mettersi a barattare qualcosa è impossibile. La misera economia di sussistenza delle nazioni africane comporta una scarsa circolazione di denaro e la pratica millenaria del baratto si impone tra le popolazioni locali come una necessità imprescindibile.
E’ evidente che appena si scorge all’orizzonte un turista si scateni la caccia al poveraccio in quanto portatore sano di grandi quantità di valuta corrente.
Ma c’è anche il caso che il turista in questione sia uno straccione con il denaro contato, come il sottoscritto e allora, dopo aver capito che non ci sono nemmeno i soldi per far cantare un cieco, ecco che anche nei confronti del viaggiatore scatta l’usanza dello scambio alla pari, o quasi.
E’ quello che capita a me in uno dei miei vagabondaggi lungo la costa dell’isola di Lamu: avevo adocchiato già un paio di volte un artigiano lungo la strada che produceva oggetti di legno. Daje oggi e daje domani, alla fine decido di fermarmi davanti al suo negozio: due pali appena sufficienti a reggere una tettoia inclinata e l’insegna dell’attività, Hodi Hodi [1]. Comincio a guardare i deliziosi monili ricavati dal legno di ebano, le piccole cassettiere dotate di minuscoli vani portagioie, le maschere tribali. Mi giro alla mia sinistra e mi trovo di fronte l’artigiano, un uomo di età indefinibile, vestito di pochi abiti consunti, ma con lo sguardo allegro e un sorriso sincero. Scambiamo quattro parole prima di dare inizio alle danze. E poi si comincia. Io avevo puntato una scatola portagioie, scurissima con decine di minuscoli cassettini intarsiati e chiedo:
«Quanto costa?»
«Eh amico, quello è un bel pezzo … quattromila scellini [2]».
«EH? Ok, grazie, ci vediamo».
E parte la contrattazione sul prezzo… e fin qui per me tutto molto facile. Intendiamoci, avessi avuto a disposizione tonnellate di denaro mi sarei certamente fatto intortare per benino, ma essendo quasi privo di liquidità faccio in fretta a ridurre il mio avversario alla ragione.
Il bottegaio tace a lungo, mi studia con uno sguardo penetrante e poi dice:
«Eh amico, sei bravo a contrattare tu…»
No. Io in realtà sono solo un barbone che conta i centesimi per mettere insieme il pranzo con la cena, ma assumo la faccia del giocatore di poker professionista e fingo spudoratamente.
«Beh» mi chiede il tizio «hai qualcosa da scambiare?»
E qui viene fuori il bluff, perché io non so mercanteggiare e il malefico di fronte a me lo ha capito benissimo.
Comincia una delirante corsa al rialzo alla fine della quale la proposta è: ti offro sei scatole portagioie, quarantaquattro elefanti d’ebano, 826 posate di legno e pure una birra in cambio di tre paia di pantaloni, otto magliette, la macchina fotografica, lo zaino e tutto quello che c’è dentro.
«E ti faccio un prezzo d’amico, eh!»
Sto quasi per accettare quando l’unico neurone che ho nel cervello e che lavora part-time attacca provvidenzialmente il suo turno e mi rendo conto che di fronte a uno scambio del genere a me non resterebbero in mano che un paio di mutande e qualche cucchiaio di legno.
Ricominciamo da capo e questa volta reggo il confronto per quanto mi è possibile, accettando infine di scambiare due magliette, un paio di pantaloncini e qualche spicciolo per una sola scatola. Io e il mercante ci salutiamo, entrambi soddisfatti dell’affare fatto.
Me ne torno in albergo tutto fiero chiedendomi se per caso non sono stato fregato per l’ennesima volta, ma poi penso che in fin dei conti, amen! Ho trattato per un’ora con un keniota, ridendo e scherzando con lui, conoscendo tutta la sua famiglia (perché vuoi mica non presentare tutti quanti i parenti fino alla settima generazione al nuovo ospite?), standomene seduto sotto una palma in riva al mare, vivendo quelle esperienze di viaggio che inseguivo da una vita. Beh, se anche mi ha fregato, ammesso che una parola del genere possa aver senso, pazienza. Dentro alla mia scatola non ci sono solo cassettini vuoti, ci sono anche ricordi e sensazioni che non posso dimenticare. Valgono ben di più di quanto abbia mai potuto pagare.

[1] In lingua swahili hodi significa “entra”.

[2] Circa 30 euro.

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