Capitolo II: Messico e Guatemala

Secondo capitolo della Pregiata Opera… Guatemala.

Dopo qualche ora di viaggio, l’autista decide che ne ha abbastanza. Si è fatto buio, lui ha fame, non ha più voglia di guidare e quindi si inventa un guasto del motore e ci fa scendere. Recupero lo zaino e guardo i contadini che con pazienza si caricano i loro polli, le coperte e i bagagli in spalla e partono ognuno in una direzione diversa. C’è chi si dirige direttamente dentro la foresta.
In breve mi ritrovo solo, di notte su una strada di campagna del Guatemala.
Mannaggia a me e a quando mi è venuto in mente di venire in questo Paese invece di starmene in riva al Pacifico a prendere il sole, bere birra messicana, mangiare chili con carne e ruttare sonoramente.
Che si fa?
Intanto fa un freddo terribile perché siamo a ottocento metri e comunque è novembre nell’emisfero boreale e poi io ho una fame da tirannosauro. Me ne frego, devo trovare qualcosa da mangiare e un posto dove dormire. Vedo in lontananza una specie di Ape Piaggio, mi metto in mezzo alla strada, lo blocco e chiedo un passaggio al conducente, il quale non capisce nulla del mio spagnolo piemontesizzato. Insomma, alla fine con gesti, parole incomprensibili e una buona dose di pazienza, riesco a scroccargli un passaggio fino a Sololà.
Nell’abitacolo a fianco dell’autista non c’è posto e quindi mi sistemo  confortevolmente sul cassone aperto dove mi becco tutta l’aria gelida. Quaranta minuti di sofferenza nel corso dei quali credo di aver perso parte delle funzioni vitali.
Congelato come uno stoccafisso norvegese, vengo scaricato alle dieci di sera nella piazza di Sololà. Adesso tocca trovare un posto dove dormire. Parto alla ricerca di un ricovero per la notte; passo davanti alla Chiesa e quasi quasi mi viene voglia di entrare e mettermi a dormire dentro il confessionale.
Giro e giro e alla fine trovo un buco, perché albergo o pensione proprio non lo si potrebbe definire, dove mi danno una stanza con bagno esterno e niente acqua calda, che in sostanza significa acqua ghiacciata. Beh, c’è poco da fare gli schizzinosi, prendo, pago e ringrazio pure.
Mi faccio una doccia gelata, mi cambio e chiedo al tizio della “reception” (una sedia sotto la tettoia) dove posso trovare un posto in cui mangiare qualcosa.
«Attraversa la strada ed entra in quella casa gialla» mi risponde.
Guardo nella direzione indicata e vedo la casa gialla; peccato che non ci sia nessuna insegna che possa far capire che si tratta di un ristorante, una tavola calda o cose simili. Lo faccio notare al mio interlocutore, che in tutta calma mi risponde:
«Infatti, lì non c’è un ristorante».
«Allora, capiamoci bene: ho avuto una giornata difficile. Sono in giro da stamattina, mi sono trovato un kalashnikov puntato contro, ho rischiato di essere affettato da un tizio con il machete sul bus, mi sono ritrovato disperso in mezzo al nulla alle dieci di sera, mi sono assiderato su un motocarro fatiscente, ho appena fatto una doccia ghiacciata e adesso ho una fame assassina, per cui… O tu mi dici dove andare a mangiare oppure vammi a cercare un po’ di legna perché ti voglio fare alla piastra».
«No, no, amigo. Lì non c’è un ristorante, ma puoi andare a mangiare a casa di mia zia».
«A casa di chi?»
«Mia zia. A quest’ora è tutto chiuso, non ci sono posti dove mangiare. Così l’ho avvisata che saresti andato. Lei lavora al mercato e ha un banchetto, dove si mangia. Cucina bene».
Rimango interdetto, ma non posso non ammirare la gentilezza di questo sconosciuto. Ringrazio e mi presento a casa della zia; mi accoglie una bellissima signora maya, che mi sorride amichevolmente.
«Scusi, signora, ma sa, suo nipote mi ha detto di venire qui…»
La signora non mi dice niente, ma continuando a sorridere mi fa segno di entrare nella sua sala da pranzo, dove c’è già un tavolo imbandito. Mi siedo un po’ imbarazzato e la signora comincia a portare in tavola montagne di carne alla brace appena arrostita, verdura, frutta, tortillas, salse. Io mangio come se avessi passato quattro giorni in mezzo al deserto.
Alla fine mi alzo e faccio il gesto di tirare fuori i soldi. La signora non parla spagnolo e allora si limita a prendere dalle mie mani il denaro che ritiene giusto per la cena che mi ha servito. Non ricordo quanto fosse la cifra, ma si trattava di un’inezia. Avrebbe potuto chiedere dieci volte tanto ed io non avrei battuto ciglio, ma lei si è limitata a prendere solo quello che riteneva fosse corretto. Quanti altri lo avrebbero fatto?
Ringrazio la signora che mi saluta sorridente e mi dirigo nuovamente verso l’alberghetto, dove il ragazzo della reception mi aspetta con due bottiglie di birra ghiacciata. Ci sediamo sotto la tettoia e chiacchieriamo per un’ora, fino a quando la stanchezza mi abbatte.
Nel mio scomodo letto sfondato, prima di addormentarmi penso che poi non è stata proprio una brutta giornata.

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