Capitolo III: India

Anteprima del terzo capitolo del tomo: India del nord.

Il Tempio del Sole di Jaipur è uno dei luoghi più panoramici dell’intero subcontinente: da lassù lo sguardo può spaziare per decine di miglia e abbracciare in un colpo solo tutta la grandezza della “città rosa”. Il problema è racchiuso in un’unica parola: “lassù”. Si tratta di un luogo sacro particolarmente isolato che non può essere raggiunto dai tuk-tuk. Questo vuol dire una cosa sola: che il tuo mezzo ti abbandona all’inizio della salita e da quel momento in avanti i problemi sono tutti tuoi.
Già l’inizio non è proprio dei migliori: ci si ritrova catapultati nel mezzo dell’India primordiale tra vacche sacre che ti guardano sprezzanti, santoni salmodianti, donne che a mani nude raccolgono lo sterco di mucca da utilizzare poi come combustibile, bambini affamati. Dal Tempio del Sole si può proseguire, se uno ha ancora forze sufficienti, per il bellissimo Tempio delle Scimmie, che si trova in una posizione molto più defilata.
All’inizio della salita, nella varia umanità che ti si affolla intorno, puoi trovare anche dei venditori di banane: il motivo della loro presenza è facilmente intuibile dal momento che trovandoti in zona è assai probabile che tu vada a visitare il Tempio delle Scimmie.
Più perplesso che convinto, mi compro un bel casco di banane e parto per la mia destinazione, sacramentando come un ossesso per l’inclinazione della strada.
Lungo il percorso mi capita di vedere livelli di povertà da me mai immaginati; ci sono persone che vivono esclusivamente di elemosine e che hanno eletto a loro dimora la salita al Tempio; intere famiglie che non posseggono nulla oltre ai vestiti lerci che indossano, che ogni mattina si svegliano senza cibo, senza acqua da bere o per lavarsi, senza assolutamente nulla! E la cosa stringe il cuore in maniera inaccettabile se si considera il fatto che la maggior parte di quelle persone sono bambini sotto i sei anni di età, bimbi ai quali tutto è stato tolto prima ancora che gli venisse dato, esseri umani che condurranno un’esistenza di stenti fatta di elemosine, ignoranza, sporcizia.
Non sono mai stato una persona dal cuore tenero e di questo me ne rammarico; difficilmente una cosa mi colpisce al punto tale da indurmi alle lacrime o alla sofferenza. Ma come puoi, come puoi camminare per una strada e vedere dei bambini innocenti ridotti in uno stato così deplorevole senza sentirti toccare nel profondo? Come puoi pensare di chiudere gli occhi e voltarti dall’altra parte pensando solo al tuo viaggio quando ti rendi conto che la maglietta che hai addosso vale immensamente più di tutti i loro possedimenti? Come puoi reggere lo sguardo di un bimbo che sta morendo di fame e che in te vede un’ancora di salvezza che, per quanto effimera, è in grado di rimandare la sofferenza anche solo di qualche ora?
Una delle regole che ci si deve autoimporre quando si viaggia è quella di non dare MAI soldi ai bambini. Per quanto la cosa possa sembrarti assurda, dolorosa e inconcepibile NON devi lasciarti sviare; purtroppo in condizioni di vita così disperate c’è chi se ne approfitta e fa leva sul buon cuore dei turisti. I bambini vengono trasformati in vere e proprie macchine da soldi, slot machines che faranno la ricchezza di qualche losco individuo senza scrupoli il quale ben si guarderà dal condividere il denaro con i piccoli. Quindi, MAI, MAI cedere. Il modo migliore per interrompere questa spirale viziosa e quindi aiutare effettivamente i bambini è proprio quello di non fare l’elemosina.
Tutto questo mi passava in mente mentre vedevo quelle situazioni di degrado che si succedevano continuamente di fronte ai miei occhi. Ma a quel punto ho realizzato che stavo trasportando un casco di banane da offrire alle scimmie; se non che le scimmie erano ben più pasciute dei bambini e dei loro genitori messi insieme. Ho deciso che le bestie potevano pure saltare un giro mentre i bambini no e così ho cominciato a distribuire banane.
Errore.
Nella cosmogonia indù la scimmia è la personificazione terrestre del dio Hanuman, una divinità fondamentale nel pantheon indiano. Hanuman è la rappresentazione divina, quindi perfetta, di saggezza, onestà, giustizia e forza. E’ un dio prodigo nei confronti dei suoi fedeli perché può concedere qualsiasi tipo di benedizione inclusi inaccessibili livelli di elevazione spirituale, per il quale egli stesso è famoso.
Per noi europei è assurdo anche solo pensare di venerare una scimmia, ma nel panteismo induista, in cui ogni essere è manifestazione del divino, è la regola.
Per contro, nella religione indù è fortemente radicata la credenza della reincarnazione, detta samsara. La vita terrena e il mondo materiale sono permeati di dolore, ma soprattutto sono insostanziali. Questo significa che il mondo nel quale noi viviamo altro non sarebbe che un miraggio che affligge l’essere umano con una sorta di ignoranza che gli impedisce di vedere la vita quale essa realmente è e che, soprattutto, gli impedisce di prendere coscienza del suo Sé. Tale ignoranza induce l’uomo ad agire in maniera errata, obbligandolo a commettere errori e di conseguenza ad accumulare kharma negativo, di fatto autocondannandosi a una rinascita a un livello inferiore.
Questo pensiero filosofico è alla base di quella stratificazione sociale incomprensibile per noi occidentali che è il sistema delle caste. L’appartenenza a una specifica casta è determinata dalle azioni compiute in una vita precedente: una vita buona può essere ricompensata con l’appartenenza a una casta elevata, una vita dissoluta è punita con l’intoccabilità.
Ora, un bambino che si trova in condizioni prossime alla morte a causa della mancanza di cibo è un essere che evidentemente deve essersi comportato molto male nella sua vita precedente, tanto da accumulare una dose così consistente di kharma negativo da doverne scontare le pene in questa esistenza.
Il mio gesto di non dare le banane a delle scimmie pasciute per distribuirle a dei bambini moribondi deve essere sembrato una terribile offesa non solo a coloro che mi vedevano, ma agli stessi bimbi. Con estrema arroganza e mancanza di sensibilità io avevo deciso deliberatamente di privare del cibo la personificazione del dio Hanuman per nutrire invece degli esseri dal kharma negativo che stavano pagando le loro giuste colpe.
Mi rendo conto che la cosa possa sembrare incomprensibile e, a tutti gli effetti lo è anche per me; eppure questo è il mondo in cui mi trovo, nel quale io sono ospite e del quale mi tocca accettare le regole. Infatti agli occhi degli indù devoti, tradizionalisti e se vogliamo anche un po’ bigotti, uscire dalla propria casta non è soltanto una questione sociale, ma qualcosa di assai più grave: una sfida all’ordine cosmico, alla natura e a tutte le divinità. Qualsiasi gesto che in qualche modo possa contribuire alla realizzazione di questa eventualità è visto come un attentato alle leggi dell’universo.
Nel Rajasthan il sistema delle caste è talmente radicato da imporre il tipo di abbigliamento, i colori, il modo in cui si devono portare i baffi, i gioielli, il luogo dove vivere, quale mestiere esercitare, con chi sposarsi e persino il colore con cui si deve dipingere la propria casa; questo genere di imposizioni è talmente evidente che un occhio adeguatamene allenato potrebbe cogliere con precisione assoluta l’esatta collocazione gerarchica della persona che si trova di fronte. Per quanto assurdo possa sembrare, questo apparente disordine è in realtà una rigidissima rete sulla quale basa la sua esistenza il mondo indiano.
Seppur di malavoglia, mi riprendo il mio casco di banane e ricomincio a salire, seguito dallo sguardo ostile degli indiani che hanno assistito alla scena.

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