Capitolo IV: Perù

L’anticipazione del quarto capitolo del libro: Perù.

Il solo e unico motivo per il quale si viene a Nazca è la possibilità di contemplare le famose linee. Si tratta di immagini tracciate sul terreno, che rappresentano circa settanta disegni di piante e animali oltre a trecento semplici figure geometriche, tutte concentrate in un’area relativamente ridotta.
La tecnica con la quale vennero realizzate è estremamente semplice: si rimuovevano le pietre di superficie, ormai “bruciate” dal sole e le si accumulava ai margini delle linee; in questo modo si lasciava esposto il terreno sottostante, decisamente più chiaro.
Restano però in sospeso numerosi interrogativi. Innanzitutto, cosa sono? Al di là di quello che è il loro aspetto superficiale, quale significato recondito hanno? Chi le ha costruite? E soprattutto, come hanno fatto a rispettare perfettamente le proporzioni dei vari disegni? Le linee, infatti, sono praticamente impercettibili se guardate da terra. La loro assoluta straordinarietà può essere notata solo sorvolandole in aereo. E visto che i primi voli in mongolfiera si possono far risalire agli ultimi anni del XVIII secolo, come hanno fatto i misteriosi costruttori delle linee a valutare il risultato del loro lavoro dal momento che i disegni sono databili intorno al 700 – 800 d.C.? Dopo questa serie di domande mi sento pronto per condurre la prossima edizione di Voyager.
Le teorie che hanno cercato di spiegare in qualche modo questo spettacolare fenomeno si sono accumulate nel corso del tempo, raggiungendo anche livelli comico-fantascientifici: c’è chi sostiene si tratti di sofisticati calendari astronomici, utili per l’agricoltura e chi invece li ritiene camminamenti rituali che collegavano tra loro luoghi di importanza religiosa. C’è chi pensa che i costruttori delle linee abbiano preceduto di circa un millennio i fratelli Montgolfier e chi decide di esagerare e le definisce come delle piste d’atterraggio usate dagli extraterrestri. Su quest’ultima idea varrebbe la pena di spenderci un paio di parole; l’idea per quanto bizzarra e sotto certi aspetti anche divertente, denota un istintivo disprezzo nei confronti delle popolazioni precolombiane, ritenute incapaci di creare opere così monumentali e precise. Tipico atteggiamento degli occidentali che in questo modo pretendono di svuotare dall’esterno l’alto grado di civilizzazione e le grandi conquiste della tecnologia indigena.
Oggi la teoria più sensata le considera dei disegni sacri legati al culto dell’acqua e della fertilità; non bisogna dimenticare che ci si trova nel bel mezzo di un deserto, ragion per cui l’acqua doveva avere un significato sacro.
A me personalmente piace credere che si sia trattato di un gruppo di indigeni buontemponi e annoiati che un bel giorno si son detti:
«Bella, raga! Facciamo uno scherzo a quegli idioti che tra un migliaio d’anni passeranno da qui e si chiederanno: ma queste linee cosa sono? Chi le ha fatte?»

Beh, sia come si vuole, queste benedette linee si possono apprezzare solo dall’alto.
E’ chiaro che non si può noleggiare un aereo di linea per sorvolare il deserto; l’unica soluzione è un bimotore da quattro posti, di cui uno è quello del pilota.
Il tizio della compagnia aerea mi porge la ricevuta, mi dà l’appuntamento per l’indomani e mi dice:
«Mi raccomando eh, domani NIENTE COLAZIONE! Che mi è già capitato più di una volta di dover ripulire l’abitacolo».
Purtroppo io soffro tutti i mezzi in movimento: l’automobile, il bus, la barca, l’aereo, la bicicletta, gli sci, i pattini a rotelle. Guardo il pilota, mi giro verso la pista per guardare il macinino che il giorno seguente mi dovrà far volare sulle linee Nazca, riguardo il pilota e decido che forse è meglio saltare pure la cena, non si sa mai.
E meno male che l’ho saltata. Il mattino seguente mi presento alle sei alla pista d’atterraggio, con sedici ore di sonno arretrato, fuso orario non smaltito e una fame assassina. Per dire: sono un po’ nervoso, forse lo si intuisce dagli occhi iniettati di sangue, non so.
Il pilota se ne accorge e decide di farmi passare per primo. Lo ringrazio con un grugnito degno di Chewbecca e mi aggrego agli altri passeggeri: una coppia di giapponesi che messi insieme peseranno quanto il sottoscritto.
L’aereo parte e comincia a sorvolare le misteriose immagini. Il pilota si dimostra estremamente solerte e non si limita semplicemente a passare sopra le linee; comincia una serie di manovre degne di un kamikaze che si vuole scagliare sulle portaerei USA a Pearl Harbour e si inclina in modo da darci l’opportunità di vederle meglio. Ed è così che mi ritrovo spiaccicato contro il finestrino di un bimotore impazzito e con la macchina fotografica in mano nel vano tentativo di scattare qualche foto.
Sento lo stomaco che comincia ad attorcigliarsi su se stesso, alla spasmodica ricerca di qualcosa da espellere; ma c’è il nulla più assoluto, il niente, il vuoto totale. Meno male, almeno evito di decorare l’interno del bimotore con una fantasia color vomito.
Dopo un’ora di sofferenza e dopo aver visto le immagini da tutte le angolazioni possibili per ben due volte, perché i giap volevano essere sicuri di averle viste bene, l’aereo atterra. I due giapponesi escono freschi come dei fiori, nemmeno avessero fatto una passeggiata in giardino invece che un volo su una zanzara ammattita; io mi trascino fuori a fatica, cammino a passo di leopardo fino all’ufficio, dove la sera prima ho pagato il volo e stramazzo su una poltrona sulla quale trascorro un paio d’ore in stato comatoso.
Alla fine la fame ha la meglio. Lo stomaco tira un accidenti in napoletano («Uè, guaglio, tieni genio de mangiare o no?») ed io mi riprendo improvvisamente, perché quando il mio stomaco si mette a parlare in napoletano la situazione è al limite della disperazione. Rimedio un taxi e mi faccio portare in città, mi fermo al primo bar che trovo e ordino una colazione doppia formato maxi XXXL, poi arrivo in albergo e mi faccio servire la colazione inclusa nel prezzo e alla fine, siccome si è fatto mezzogiorno, me ne vado in una bettola dove ordino quattro bistecche di brontosauro andino, una betoniera di patatine fritte e una cassa di birra. Me ne torno in albergo, mi sparo due sonniferi e svengo sul letto, gridando: «Ossignore eccomi!»

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