Capitolo V: Laos

Anteprima del quinto capitolo del mio e-book.

Il mio primo approccio con il Laos è l’aeroporto di Ventiane, la capitale.
Definirlo “aeroporto” forse è un po’ troppo pretenzioso: visto da fuori sembra uno chalet svizzero, mentre da dentro si ha l’impressione di essere nella sala d’attesa di un dentista.
Comunque, sbrigo le formalità burocratiche, mi dirigo al gate (facile, ce n’era uno, mica si poteva sbagliare) e rimango congelato dalla sorpresa.
Come sa chiunque abbia messo piede almeno una volta in un aeroporto, per evitare che i passeggeri consumino le preziose suole delle scarpe, vengono messe a loro disposizione delle navette-bus che li trasportano dal gate fino alla scaletta dell’aereo.
Bene, all’aeroporto di Ventiane evidentemente non hanno i soldi necessari per comprare delle navette simili e così mettono a disposizione dei vecchi autobus riciclati. Ma quando dico vecchi, intendo dire proprio vecchi. Avete presente quei macinini scassati che giravano sulle strade di campagna verso la metà degli anni Settanta? In confronto erano delle auto sportive. Qui ci troviamo di fronte a un reperto archeologico, probabilmente uno dei primi esperimenti di motore a scoppio; mi giro intorno e vedo i laotiani che salgono senza battere ciglio, mentre noi occidentali ci guardiamo spaesati.
Saliamo anche noi sul bus, stiamo per qualche tempo in paziente attesa e alla fine partiamo, percorriamo cinque metri, ma cinque sul serio, non tanto per dire, e … il bus si ferma. Fuso. Mi riguardo intorno e vedo di nuovo i serafici laotiani scendere e dirigersi verso l’aereo, mentre noi occidentali rimaniamo basiti, aggrappati ai sostegni dell’autobus fermo. Scendiamo e vediamo i serafici laotiani che eseguono il famoso passo fantozziano:
«Ragazzi, non facciamo come al solito che ci riconoscono. Non corriamo per prendere i posti vicino al finestrino; camminiamo con calma e saliamo sull’aereo civilmente…»
Tre secondi dopo sono lì che galoppano come cavalli imbizzarriti prendendosi a cazzotti. Anche noi occidentali reagiamo e cominciamo a correre come se dovessimo fuggire da Usain Bolt; in un impeto d’enfasi lancio un titanico urlo e comincio a brandire la mia bottiglia d’acqua come se fosse il martello di Thor. Di fianco a me si scatena l’inferno: colpi di kung-fu, tackles scivolati sulle caviglie, gomiti larghi.
Alla fine riesco a salire sull’aereo e all’improvviso sento il ghiaccio che mi afferra le viscere. Un’occhiata mi basta per capire la tremenda verità: il livello tecnologico dell’aereo è lo stesso della navetta.Ormai non rimane più nulla da fare se non pregare fervidamente; mi siedo, sudando freddo, scambio un paio di sorrisi con gli altri ragazzi occidentali, ci diciamo: “Coraggio, non può fare davvero così schifo”, ma lo sguardo ci tradisce, facendo capire all’interlocutore che siamo sicuri che quella sarà l’ultima volta che staccheremo il sedere da terra.
I motori si accendono, fuori risuonano delle voci, la mia mente si immagina il controllore di volo in piedi in mezzo alla pista di decollo che parla con il pilota: “Venga, venga dottò, che qui ce sta ancora spazio”, chiudo gli occhi e riprometto a me stesso che se dovessi arrivare sano e salvo quella sera stessa mi prenderò una sbronza tale da star male per una settimana.
L’ora e mezza di volo che separa Ventiane da Luang Prabang è stata una delle più lunghe della mia vita. Per fortuna l’aereo atterra senza particolari scossoni ed io mi ritrovo direttamente sulla pista. Mentre mi dirigo verso il ritiro bagagli, passo davanti a quella che sembrerebbe essere una torre di controllo apparentemente del tutto priva di tecnologia aerea; mi viene il serio dubbio che l’aereo abbia volato a vista, ma cerco di non pensarci e vado a prendere il mio zaino.
Il nastro trasportatore dal quale dovrò ritirare il mio bagaglio si trova sotto una tettoia d’alluminio; raccolgo lo zaino, prendo un taxi e arrivo in città, gironzolo un po’ alla ricerca di un albergo, ne trovo uno supereconomico, poso la mia roba e comincio a bighellonare.

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