Capitolo VI: Patagonia

Anteprima del sesto e ultimo capitolo del libro.

Il mattino successivo si riparte con destinazione Puerto Natales, un paesino insignificante che, però, costituisce l’unico punto d’ingresso a Torres del Paine. Devo ammettere che questo trekking che mi sono messo in testa di fare, forse è un po’ troppo “wild”. L’idea è quella di completare il circuito definito “W” perché sulla cartina il percorso segnato ricorda vagamente una W: tre giorni di trekking e due notti all’addiaccio, trasportandosi dietro lo zaino, la tenda, il fornello da campo e il cibo. Teoricamente l’ultima notte dovrei trascorrerla di fronte al ghiacciaio Grey. A sentire chi lavora da queste parti il circuito sembra essere abbastanza semplice, ma io non sono allenato per questo genere di escursioni e soprattutto sono un imbranato totale per tutto quello che riguarda il campeggio.
Vado ad affittare tutto il necessario per affrontare i giorni successivi: tenda, materassino in gommapiuma e fornello a gas, poi passo al negozio di alimentari per fare cambusa.
Arrivato in camera guardo tutte queste cose, studio il percorso da fare, mi immagino cosa voglia dire passare una notte ai piedi di un ghiacciaio, mi rendo conto che nello zaino ho un costume da bagno e un paio di pantaloncini corti e a quel punto lascio libero sfogo al panico. Già mi vedo i titoli di giornale: “Turista imbecille trovato congelato in montagna e venduto a tranci al mercato del pesce”. C’è un solo modo per combattere il panico: ubriacarsi. Esco dalla camera, vado in una locanda, ordino una bistecca da un chilo e una bottiglia di vino. La bistecca me la mangio tutta e della bottiglia di vino mi bevo pure l’etichetta.

Il mattino seguente mi carico in spalla lo zaino ulteriormente zavorrato dal materiale affittato e dal cibo; appena uscito dall’albergo sono già stanco. Salgo sulla navetta e dopo cinquanta minuti vengo scaricato al campo base.
La concezione patagonica del campeggio è molto semplice: lo vedi tutto questo spazio? Bè, facci un po’ quello ti pare, mettiti dove vuoi e non rompere. Se proprio ti servissero, i bagni sono lì. Se hai bisogno di qualcosa o di qualcuno, arrangiati.
Trascorro le successive due ore e mezza imprecando come un camionista nel vano tentativo di montare la tenda-igloo; alla fine guardo il mio lavoro e mi rendo conto di aver fatto una porcheria. Se mai dovessi starnutire, la mia tenda la ritroverei in cima a un albero.
Mangio un panino con le aringhe e mi metto in cammino con la precisa intenzione di raggiungere l’obiettivo grosso: i tre monoliti dai quali il Parco Nazionale prende il suo nome, Las Torres del Paine. Alla partenza il sole splende e fa pure caldo ed io, da autentico incompetente della montagna, mi faccio prendere da un’inaspettata euforia […]

Tornato al campeggio sotto una pioggerella fine ma fastidiosa, decido di mangiare qualcosa, farmi una doccia e andare a dormire. Sembra facile. Peccato che per cucinare il cibo che mi sono portato dietro debba accendere un fuoco.
E con cosa lo accendo?
Scopro che tra gli innumerevoli beni di conforto forniti dal campeggio, c’è nientemeno che una legnaia dotata addirittura di un’ascia poco affilata. Vuoi la legna per accendere il fuoco? Tagliatela. E fu così che mi trovai a giocare all’allegro boscaiolo sotto una pioggia ormai fitta. Un’ora d’inferno nel corso della quale mi resi conto che forse, per fare legna, avrei fatto prima a prendere i tronchi a testate piuttosto che usare quell’inutile ascia.
Arrivato davanti alla tenda, dispongo la legna per terra e provo ad accendere il fuoco. La pioggia batte insistente, il vento si è alzato e per me accendere questo maledetto fuoco sta diventando una questione di sopravvivenza. Dopo un po’ mi rendo conto di non esserne capace e così decido di mettere l’orgoglio sotto i piedi: vado a chiedere aiuto. A non più di venti metri da me vedo una tenda da campeggio, ma di quelle serie, all’interno delle quali ci stanno le persone in gamba, non i deficienti come il sottoscritto. Per fortuna sono dei ragazzi italiani, di Trento. A guardarli bene li riconosco e mi rendo conto che si tratta di due tizi che avevo incontrato lungo la strada. All’una del pomeriggio, mentre io partivo per raggiungere Torres del Paine, loro stavano già tornando al campeggio. Ricordo bene che ho pensato: “Tsè, sfigati, adesso tutto il pomeriggio che fanno?”. Fanno la legna, si preparano da mangiare, si lavano e dopo tutto questo, evidentemente animati da spirito umanitario, aiutano gli imbecilli ad accendere il fuoco, ecco cosa fanno!
Comunque, uno dei due ragazzi, rendendosi conto di avere a che fare con un menomato mentale, esce dalla sua tenda e viene ad aiutarmi. Giunto davanti al mio miserabile mucchio di legna lo guarda schifato, poi, indicandolo con la mano a vassoio, guarda me, come a dire: “E sta mmmer… cos’è?”. Io, vergognandomi come un ladro, abbasso gli occhi e faccio finta di studiare attentamente la strana conformazione dei fili d’erba ai miei piedi. Il tizio tira un calcio alla legna, si inginocchia, la ridispone diversamente (secondo quale criterio non saprei dire), poi si alza in piedi e sotto la pioggia, mettendosi controvento si accende una sigaretta, se la fuma con calma e poi, senza nemmeno guardare, lancia il mozzicone sulla legna bagnata, che … oh miracolo!, si accende immediatamente e si mette a sprigionare un calore da altoforno. Saluta e se ne va, mentre io, in atteggiamento adorante, mi inchino fino a terra, dicendo:

«Ti ringrazio, oh Somma e Possente Divinità del Fuoco!»

Tiro fuori la gavetta, ci verso dentro un risotto Knorr liofilizzato, un po’ d’acqua e l’appoggio sul fuoco, pregando che cuocia nel più breve tempo possibile. Ovviamente non è così, il riso ci mette quei due secoli a diventare commestibile ed io me lo ingurgito come se avessi un imbuto: settemila gradi Fahrenheit giù per la gola.
Decido comunque di farmi la doccia e così recupero tutto il necessario, mi dirigo ai bagni che si trovano a una cinquantina di metri di distanza, mi spoglio e mi infilo sotto la doccia … gelata! Roba da ululare per il dolore. Mi insapono, mi sciacquo, esco e mi asciugo in tre secondi netti, raccolgo i miei stracci ed esco dal bagno. Nel frattempo la pioggia si è trasformata in nevischio ed io … mi sono perso. Non so più da che parte andare per raggiungere la mia tenda. Fortuna vuole che in quel momento esca dal bagno delle donne una mia amica francese, conosciuta mentre salivamo verso Torres del Paine, che accetta di aiutarmi, ma solo a patto che io ammetta che Zidane ha fatto bene a prendere a testate Materazzi durante la finale di Coppa del Mondo.

Arrivato finalmente alla tenda, entro e cerco di chiudere le cerniere esterne, che, guarda un po’, si rompono. Tra me e me giuro che appena metterò le mani su quello che me l’ha affittata gli caverò gli occhi con uno stuzzicadenti e me li mangerò come se fossero delle lumache.
Nel buio più assoluto, mi muovo a tentoni per cercare il sacco a pelo e metto la mano su una pozza d’acqua, il che significa che la tenda perde! Maledetto affittatende, dopo gli occhi passiamo ai rognoni, te lo giuro.
Sposto il sacco a pelo nella zona asciutta della tenda, mi ci infilo dentro vestito, con tanto di giacca a vento, berretto e guanti e trascorro nel freddo polare il resto della notte. C’è una sola cosa che mi tiene in vita: il pensiero delle mille torture che infliggerò a quell’immondo essere.
Nel corso della notte, forse per un principio di congelamento, chiudo gli occhi e mi addormento. Il mattino successivo metto il naso fuori … e vedo la neve! Nel corso della notte sono scese almeno tre dita di neve! Ancora rimbecillito dalla stanchezza e dal freddo, giro la testa e vedo i due ragazzi trentini che stanno smontando la tenda; mi vedono e mi salutano con la mano.
«Andate via?» domando, con pronta e acuta sagacia.
«Eh sì» mi rispondono «con questa neve a bassa quota non ci fidiamo a proseguire, preferiamo tornare indietro».
Se la Somma e Possente Divinità del Fuoco dice che è meglio tornare indietro, chi sono io per contraddirla? Nel giro di un minuto preparo lo zaino, smonto la tenda, la accartoccio ad mentula canis e mi dirigo come un missile al punto di partenza della navetta.
Nei cinquanta minuti di percorso lascio che il freddo accumulato durante la notte e la fame (non ho ancora fatto colazione) facciano montare la bestia. Arrivato a Puerto Natales mi dirigo come un treno verso il negozio del tipo che mi ha affittato la tenda; entro con l’espressione di quello che pensa mò-te-pijo-te-estraggo-a-colonna-vertebrale-dar-buco-der-culo-e-poi-te-ce-frusto; il tizio mi vede, mi riconosce, accenna a un sorriso dapprima sprezzante, poi incerto, infine implorante. Prima cosa che faccio è tirargli dietro la tenda, seguita dal materassino e dalla gavetta, poi procedo con un unico insulto lungo venti minuti che fa scappare gli altri avventori e infine concludo con una minaccia mafiosa:
«Se te vedo in giro pe’ strada me te magno er core».
Mi giro, esco, faccio due passi, entro in un ristorante che prepara colazioni e ordino il piatto chiamato “Mammut Breakfast”, dico al cameriere “mi raccomando, veda di abbondare”, la mangio tutta, richiamo il cameriere e me ne faccio portare un’altra. Dopo aver scaricato tutta la tensione, aver ingollato mezzo chilo di salsicce, uova, bacon e fagioli ed essermi scolato due caffettiere da sei, sono pronto per ritornare nell’alberghetto da cui sono partito, prendere una stanza, farmi una lunga doccia bollente e ficcarmi sotto le coperte fino a mezzogiorno.

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