legame autore personaggi

Il legame tra l’autore e i suoi personaggi

Che legame esiste tra un autore e i suoi personaggi? E come si declina questa domanda quando si parla di letteratura di viaggio?

Recentemente mi è capitato di rileggere L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. A chi non l’avesse ancora fatto, consiglio vivamente di porre rimedio in tempi brevi, perché si tratta di un romanzo davvero eccelso.

Comunque, tra le numerose considerazioni di Kundera, mi ha colpito questa:

Non si dice forse che un autore non può parlare che di se stesso?
I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. È proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio io) che mi attrae. Al di là di esso comincia il mistero sul quale il romanzo si interroga.

Il legame tra un autore e i suoi personaggi

La frase mi ha colpito perché va contro ogni mia (precedente) convinzione. Ho sempre pensato che i personaggi di un libro fossero gli alter ego dello scrittore. Mi ero convinto che l’autore attingesse alle sue esperienze personali per delineare le vicende degli uomini e delle donne tratteggiate all’interno della propria opera. Poi mi ritrovo a leggere questa frase di Kundera e mi rendo improvvisamente conto di aver vissuto sempre nell’errore.

I personaggi di un libro non hanno nulla a che vedere con le esperienze dirette del loro autore. Essi rappresentano il suo potenziale inespresso, ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Sono le vite alternative del romanziere, quelle che avrebbe vissuto se in, precisi momenti della sua vita, avesse fatto delle scelte diverse.

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I personaggi e le loro storie

Il romanzo altro non è che un’indagine del narratore, un tentativo di penetrare il segreto che sta dietro alla terribile domanda: «Cosa sarebbe successo se…»

Purtroppo nel corso della nostra esistenza non abbiamo la possibilità di fare delle prove. La vita si svolge in un’unica direzione e non torna mai indietro. Questo significa che non avremo mai la possibilità di appurare se una scelta sia stata buona o cattiva. Scrivere un romanzo diventa quindi un modo per immaginare strade divergenti da quella sulla quale stiamo camminando.

Il legame tra autore e personaggi risiede in quello che Kundera definisce le “possibilità che non si sono realizzate”.

Che dire della letteratura di viaggio?

Nei libri di viaggio, la situazione viene ribaltata. Non ci sono più personaggi immaginari che vivono esistenze alternative. Gli individui che compaiono in un libro di viaggi sono autentici, reali. Vivono una vita concreta.

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It’s about your life

Il legame tra autore e personaggi è diretto, materiale, tangibile. Di più. I libri di viaggio sono una narrazione autobiografica di un’esperienza. Tra tutti i personaggi reali che lo popolano, emerge prepotentemente l’autore stesso.

Anche qui mi faccio aiutare da un famoso scrittore di viaggi: Paul Theroux.

In un libro di viaggi c’è la persona solitaria che rimbalza indietro più grande del naturale, per raccontare la storia del suo esperimento con lo spazio. Si tratta della forma più semplice di narrativa, una descrizione che giustifica il gesto di fare le valigie e andare. È movimento a cui si dà ordine ripetendolo a parole. È un genere elementare di sparizione, ma pochi tornao in silenzio.

(L’ultimo treno della Patagonia – Paul Theroux)

Il legame con i miei personaggi

Facendo le debite proporzioni, posso dire di ritrovarmi quasi del tutto nelle parole di Theroux. Nel mio libro di viaggi riporto le vicende di personaggi incontrati nel corso dei miei vagabondaggi, ma non c’è assolutamente nulla di inventato. Per essere del tutto corretti, non posso nemmeno definirli “personaggi”: si tratta di persone vere e proprie, uomini e donne con una vita reale.

Il legame tra autore e personaggi, in questo caso, è quasi affettivo. Quando parlo di viaggi e incontri con individui bizzarri, non ho alcuna intenzione di prenderli in giro o metterli in ridicolo. È l’esatto contrario. Il mio è un tentativo di restituirli alla loro umanità, di rendere giustizia al loro vissuto. In sostanza, di ringraziarli per aver fatto parte, seppure fuggevolmente, della mia vita. Grazie a loro i miei viaggi hanno assunto una connotazione unica e indimenticabile.

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Gente strana incontrata in viaggio

Theroux parla della “persona solitaria che rimbalza all’indietro”. Non vorrei sembrare blasfemo, ma non condivido totalmente questo punto di vista del grande scrittore americano. Nei libri di viaggio c’è una persona che rimbalza, sì, ma non è del tutto solitaria. Parte da solo, ma ritorna con piccole schegge di vita altrui appiccicate addosso.

Ed è bello rendersi conto di aver fatto parte, a tua volta, della vita di altre persone.

Ti è piaciuto quello che hai letto? ci sono molti altri articoli simili nel mio blog. Comincia da qui: filosofia del viaggio.

Ti appassiona la narrativa di viaggio? Allora leggi il mio elogio della letteratura di viaggio.

A questo punto forse potrebbe interessarti il mio libro di viaggi. Al seguente link puoi trovare tutte le informazioni utili per acqquistarlo: FAQ.

frasi celebri sul viaggio

Frasi sul viaggio

Rieccomi qui ad ammorbarvi con un nuovo post di frasi sul viaggio. Del resto, visto che è passato quasi un anno dal primo articolo sugli aforismi di viaggio, ho pensato bene di potermene concedere un altro.

Come nel caso precedente, non mi limiterò alla semplice enunciazione delle frasi, ma proverò a spiegarvi quale potente significato abbiano per me.

Smania perenne di cose remote…

L’incipit del mio libro di viaggi è costituito da una celeberrima frase di Herman Melville, tratta da uno dei capolavori della letteratura mondiale di tutti i tempi, Moby Dick:

Ma, quanto a me, sono tormentato da una smania perenne di cose remote. Amo veleggiare per mari proibiti e prendere terra su coste barbariche.

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Tempo durante il viaggio: riflessioni

Il tempo durante il viaggio: valore e percezione

Ho imparato ad abbandonarmi a quello strano fluire del tempo durante il viaggio, quando sembra assumere dimensioni differenti, dilatandosi nelle ere e restringendosi nell’unico irripetibile momento che sto assaporando.

– Lo zaino è pronto, io no –

So bene che autocitarsi non è mai una buona cosa. “Chi si loda, si imbroda” e tutto il genere di frasi fatte che si dicono al riguardo. Ma questa citazione, tratta dal mio libro di viaggi, mi serve per introdurre un concetto che ho sperimentato più volte nel corso dei miei vagabondaggi tra Africa e India.

Il tempo durante il viaggio assume contorni indefiniti. Si abbandonano le abitudini, la routine, i gesti quotidiani per vivere totalmente il presente. Ogni attimo acquisisce immediatamente un sapore diverso perché ha un valore intrinseco. Non si tratta più di un momento che deve passare il prima possibile per darci la possibilità di fare ciò che più ci aggrada.

Tempo durante il viaggio: cosa si intende?

Spesso il tempo trascorso al lavoro, o dedicato a una qualunque forma di obbligo, risponde a quest’ultimo genere di situazione. È solo un interludio, che cerchiamo di fare trascorrere senza riportarne un danno eccessivo, per poterci poi dedicare ad attività che, per passione o talento, sono più congeniali alla nostra psicologia.

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Viaggiare in coppia e pianificazione

Viaggiare in coppia

Per quale ragione uno che ha scritto un libro di viaggi in solitaria, dovrebbe venirvi a spiegare perchè è bello viaggiare in coppia?

Tempo fa scrissi questo articolo: viaggio in solitaria o viaggio in compagnia?

Entrambe le modalità presentano degli innegabili vantaggi. Il viaggiatore solitario non ha nessuno a cui rendere conto. Questo gli permette di liberarsi delle numerose impalcature sociali che regolano la sua vita e lo induce ad aprirsi al nuovo mondo che lo circonda.

D’altro canto il viaggio in compagnia ci permette di espandere la nostra esperienza. Non c’è più una sola coscienza che percepisce l’Altro e l’Altrove. Vagabondare con altri viaggiatori ci permette di cogliere aspetti che da soli avremmo trascurato. E ci può anche aiutare a mettere insieme i ricordi di viaggio. Letteralmente.

Il mio nuovo spunto di riflessione è questo: va bene il viaggio in compagnia, ma quanto deve essere numerosa questa compagnia?

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Perché scrivere di viaggi

Perché scrivere di viaggi?

Perché scrivere di viaggi? E, d’altra parte, perché leggere letteratura di viaggio?
Domande semplici con risposte altrettanto semplici: perché nella nostra epoca il testo scritto sta per sparire. Volenti o nolenti viviamo in tempi nei quali i social network ci impongono le loro modalità comunicative, che si spingono sempre di più verso le fotografie e i video. Il libro sta per sparire, lasciando ai pixel e alle icone tutto lo spazio conquistato nel corso dei secoli.

Una strada complicata

Il viaggio, ormai, è sublimato nella sua dimensione virtuale che, per ovvie necessità, si mostra sempre perfetta e platonicamente ideale. I luoghi del mondo cessano di essere descritti per mezzo delle parole e convergono verso una massa informe di immagini.

Il libro, per essere apprezzato, richiede tempo. Bisogna leggerlo, valutarlo, ritornare indietro. Richiede studio e riflessione da parte di chi lo scrive e di chi lo legge. Un’immagine, al contrario, è facilmente fruibile: la si guarda, forse per un secondo, e poi si passa alla successiva. Quello che lascia è il nulla o poco più.

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Delusione del viaggiatore

Psicologia del viaggiatore: la delusione

La psicologia del viaggiatore è un argomento decisamente complesso.

In un precedente post ho parlato della delusione che, a volte, affligge chi viaggia. Il problema è che non si sa mai bene cosa aspettarsi da un viaggio. L’aspettativa è sempre molto alta, per cui, saltuariamente, può capitare di andare incontro a piccole frustrazioni.

Passiamo il tempo a fantasticare sulla destinazione, ma non mettiamo in conto tutti i disagi necessari per raggiungere quella meta. Ci concentriamo esclusivamente sul dove e tralasciamo totalmente il come.

Eppure ci sono altri motivi che possono dare vita a questo lieve disinganno, cause decisamente più subdole.

La mancanza di ricettività

Uno dei motivi con i quali mi scontro spesso è la mancata coincidenza tra ricettività personale e luogo visitato.

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continuare a viaggiare

Perché continuare a viaggiare?

Perché continuare a viaggiare?

Non so voi, ma a me pongono questa domanda con insistenza. Argomentandola, anche:
«Hai già visto buona parte del mondo. Hai immagazzinato ricordi di viaggio per una vita. Adesso hai una bimba piccola… fermati un po’!»
Ma fermatevi voi!

Non si riesce a farglielo capire. Basta essere nomadi una volta, una volta sola, per sapere con assoluta certezza che si ripartirà appena possibile. È sufficiente avere fatto un solo passo per possedere la perentoria sicurezza che l’ultimo viaggio non sarà mai l’ultimo.
Quella passione fatta di spaesamento, dilatazione del tempo durante il viaggio, solitudine, lieve irresponsabilità, non abbandonerà mai più il corpo di chi l’ha provata. Nemmeno dopo il suo ritorno a casa.

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Viaggiatori o turisti: il caso

Viaggiatori o turisti… ancora!

Da un po’ di tempo su vari travel blog un dibattito infiamma le folle: meglio essere viaggiatori o turisti? Una di quelle “italianate” che regolarmente vedono contrapposti schieramenti di tifosi: Canon vs/ Nikon, Totti vs/ Del Piero, PD vs/ M5S… Come sempre capita in queste discussioni, i contendenti di ciascuna fazione pensano di avere nelle loro mani LA verità assoluta e si sentono autorizzati a tacciare la controparte di “apostasia”.

Viaggiatori o turisti: è questo il  problema?

Lo so cosa state pensando: vista la premessa, vorrà esprimere la sua opinione. Da che parte si sarà schierato? Da nessuna. Per essere del tutto sincero il mio pensiero al riguardo è di una chiarezza cristallina: macchissenefrega!

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In viaggio dentro se stessi

viaggio dentro se stessi
Photo by Benjamin Davies on Unsplash

Fare un viaggio dentro se stessi. Non è un banale slogan acchiappa click. Si tratta, piuttosto, di una profonda riflessione sul significato autentico dell’esperienza di viaggio.

Il grande scrittore Rainer Maria Rilke diceva:

Il solo viaggio è quello interiore

Dopo numerosi viaggi in ogni parte del globo, posso affermare che, per me, questa frase corrisponde a specchiata verità. L’argomento del viaggio come scoperta l’ho già trattato. Ho anche parlato del viaggio che mi ha cambiato la vita. Per chi non avesse letto questi articoli, chiarisco subito una cosa: non ho mai avuto visioni mistiche e non ho fatto ritorno a casa con un bagaglio pieno di nuove e sconvolgenti verità. Semplicemente ho imparato a percepire me stesso in maniera differente, perché durante il viaggio in solitaria spesso si scoprono  aspetti personali che, in misura impercettibile, modificano la nostra identità e la nostra psicologia.

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Scegliere la meta di un viaggio

Scegliere la meta di un viaggio

Scegliere la meta di un viaggio
Photo by rawpixel.com on Unsplash

Inizio questo post con una domanda marzulliana: scegliere la meta di un viaggio o è il viaggio a scegliere noi?
E se dopo questa brillante pensata volete chiudere il post, sappiate che vi capisco. Prima, però, datemi un’opportunità per spiegarmi.
Qualche tempo fa mi sono trovato a leggere un flame su uno dei tanti gruppi Facebook dedicati al viaggio. L’argomento del contendere era piuttosto infantile: è più forte il mal d’Africa o il mal d’Asia? Ognuna delle due fazioni portava argomentazioni a sostegno della propria tesi, alcune condivisibili, altre assolutamente banali.

La cosa, però, mi ha portato a riflettere e a domandarmi quale continente tra Asia e Africa fosse il mio favorito. La risposta (e sia chiaro, si tratta di un’opinione PERSONALE) è giunta immediatamente: Asia.
Già, ma quella risposta portava con sè un’altra domanda: perché? Perché l’Asia e non l’Africa o il Sudamerica o, per assurdo, l’Antartide?

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