Tempo durante il viaggio: riflessioni

Il tempo durante il viaggio: valore e percezione

tempo durante il viaggio

Ho imparato ad abbandonarmi a quello strano fluire del tempo, che sembra assumere dimensioni differenti, dilatandosi nelle ere e restringendosi nell’unico irripetibile momento che sto assaporando.

– Lo zaino è pronto, io no –

So bene che autocitarsi non è mai una buona cosa. “Chi si loda, si imbroda” e tutto il genere di frasi fatte che si dicono al riguardo. Ma questa citazione tratta dal mio libro di viaggi mi serve per introdurre un concetto che ho sperimentato più volte nel corso dei miei vagabondaggi tra Africa e India.

Il tempo durante il viaggio assume contorni indefiniti. Si abbandonano le abitudini, la routine, i gesti quotidiani per vivere totalmente il presente. Ogni attimo acquisisce immediatamente un sapore diverso perché ha un valore intrinseco. Non si tratta più di un momento che deve passare il prima possibile per darci la possibilità di fare ciò che più ci aggrada.

Il tempo durante il viaggio: cosa si intende?

Spesso il tempo trascorso al lavoro, o dedicato a una qualunque forma di obbligo, risponde a quest’ultimo genere di situazione. È solo un interludio, che cerchiamo di fare trascorrere senza riportarne un danno eccessivo, per poterci poi dedicare ad attività che, per passione o talento, sono a noi più congeniali.

 

Tempo durante il viaggio: orologio
Photo by Dominik Scythe on Unsplash

Durante il viaggio, invece, qualsiasi momento è privilegiato per la sua unicità e tutto quello che vogliamo è che si cristallizzi per sempre, che non passi mai. Si vive nel presente, in uno stato di sospensione che ci consente (finalmente) di abbandonarci al lieve scorrere della vita.

Il tempo durante il viaggio si dilata…

Viaggiare in questa maniera presuppone il completo abbandono del tragitto pianificato. È come se, in un discorso, invece di giungere dritti al punto, ci potessimo permettere il lusso di abbondare con le digressioni. Il viaggio diventa vagabondaggio. Non segue più una linea retta, scandita da impegni prefissati, ma assomiglia più a uno scarabocchio disordinato.

Il viaggiatore, in quel momento, è un giocatore di dadi che ha appena effettuato il lancio. I dadi sono per aria, tutto il resto svanisce in lontananza e la sua concentrazione si appunta ferocemente su quei due pezzetti di legno. Un attimo fuggente che sembra eterno, che porta con sé uno scampolo di vita pura e densa.

Tempo durante il viaggio: buono per la tua anima
Photo by Element5 Digital on Unsplash

… e si restringe

Da un lato, quindi, il tempo durante il viaggio si dilata a dismisura, perché ogni attimo ha una portata inaudita e unica. D’altro canto, come sempre capita mentre facciamo qualcosa che ci piace, vola via, sembra quasi restringersi. E noi ci ritroviamo a vivere in questo paradosso temporale, strattonati tra i due estremi dell’eternità e della subitaneità. Credo che sia proprio quella strana sensazione che ci porta a continuare a viaggiare.

Il tempo durante il viaggio: quello interiore

In realtà, l’unica cosa che cambia veramente nel corso del viaggio è il tuo tempo interiore, il fluire della tua coscienza, la percezione di quello che ti circonda. La sospensione tipica del viaggio (sospensione dalle responsabilità, dai doveri) dà il via a una differente forma di aggregazione delle emozioni. Il risultato è questa insolita sensazione di vivere in maniera più coinvolgente quel tuo scampolo di vita.

 

 

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Viaggiare in coppia e pianificazione

Viaggiare in coppia

viaggiare in coppia

Ogni tanto mi capita di rileggere alcuni miei vecchi post. Un po’ per “ristrutturarli” (principalmente in ottica SEO), un po’ perché mi danno delle nuove idee da sviluppare. Oggi mi trovo nel secondo caso.

Tempo fa scrissi questo articolo: viaggio in solitaria o viaggio in compagnia? Entrambe le modalità presentano degli innegabili vantaggi. Il viaggiatore solitario non ha nessuno a cui rendere conto. Questo gli permette di liberarsi delle numerose impalcature sociali che regolano la sua vita e lo induce ad aprirsi al nuovo mondo che lo circonda.

D’altro canto il viaggio in compagnia ci permette di espandere la nostra esperienza. Non c’è più una sola coscienza che percepisce l’Altro e l’Altrove. Viaggiare con altre persone ci permette di cogliere aspetti che da soli avremmo trascurato. E ci può anche aiutare a ricordare. Letteralmente.

Il mio nuovo spunto di riflessione è questo: va bene il viaggio in compagnia, ma quanto deve essere numerosa questa compagnia?

Viaggiare in coppia: perché è meglio del gruppo

Dopo averci riflettuto un po’ sono giunto alla conclusione che la cifra giusta sia due.

Il gruppo troppo numeroso comporta un numero eccessivo di dinamiche personali. Inevitabilmente si creano dei sottogruppi ed emergono dei leader, che giocoforza impongono delle scelte non gradite da tutti. Oltretutto, per un gruppo, un orso come il sottoscritto è chiaramente indigesto: troppo indipendente, irrispettoso delle regole, privo di rapporti che lo leghino a comportamenti prestabiliti.

Viaggiare in coppia permette di mantenere a distanza tutte quelle tipologie di viaggiatori che si incontrano lungo la strada: i gruppi che si muovono in massa così come i solitari indesiderabili. Perché sì, ci sono anche quelli ed io ho il serio dubbio di averne fatto parte in un paio d’occasioni…

Viaggiare in coppia: la costruzione di un rapporto speciale

Il vagabondaggio con un’altra persona ci mette al riparo da molte seccature. Aiuta a mitigare l’angoscia della solitudine, permette di vedere con occhio differente tutte le difficoltà burocratico-logistiche. Riduce gli effetti del viaggio dentro se stessi che ci attacca durante il tragitto solitario, quando siamo obbligati a prendere coscienza della nostra soggettività.

Il compagno fidato diventa un elemento basilare del viaggio. Con lei/lui condividiamo la fatica, le lunghe attese, i silenzi, le gioie, la realizzazione del progetto, l’aspettativa. Diviene una costante indelebile del nostro percorso. Il rapporto che abbiamo con questa persona si costruisce giorno per giorno, un pezzo alla volta.

Soprattutto troviamo un’anima affine alla nostra, dotata dello stesso gusto per il movimento, il cambiamento, la mobilità. Del medesimo culto per la libertà, della stessa etica ludica che il viaggio, per sua natura, richiede.

Viaggiare in coppia con il tuo compagno
Photo by Alí Díaz on Unsplash

Viaggiare in coppia: anche con un amico

Da quanto scritto sopra, può sembrare che io voglia ridurre tutto l’argomento al viaggio con il proprio partner. Ovviamente si tratta di una scelta quasi scontata, ma probabilmente vincente. Se è il nostro partner avrà sicuramente un elevato grado di affinità con noi (almeno si spera). Ma quando parlo di “coppia” intendo usare il termine nella sua accezione più ampia: un’amica/un amico possono essere degli eccellenti compagni di viaggio. Anzi, sotto alcuni aspetti è anche meglio, perché ti dà l’opportunità di riscoprire il gusto per alcune goliardate che con il nostro partner, probabilmente, non faremmo mai.

Viaggiare in coppia con un amico
Photo by Daniel Cheung on Unsplash

La presenza di un amico mette in moto la pratica del cameratismo, della cricca, della relazione mondana, senza chiudere l’orizzonte. Una coppia di amici felici costituiscono una calamita per altre persone e non precludono alcuna apertura al mondo esterno.

Viaggiare in coppia: in sostanza

Viaggiare in coppia rappresenta solo una delle mille soluzioni possibili. Come dico sempre, queste sono solo mie opinioni, che valgono tanto quelle di chiunque l’altro. L’importante, alla fine, è viaggiare, seguendo le modalità più confacenti a ognuno di noi. Il mondo lo si percepisce in maniera differente perché le nostre coscienze sono differenti. Chi si trova meglio nel viaggio in solitaria, chi in coppia, chi in gruppo numeroso. Ma la cosa che conta è viaggiare, vedere il mondo con i nostri occhi, toccare con mano tutto ciò che ci circonda.

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Perché scrivere di viaggi

Perché scrivere di viaggi?

Perché scrivere di viaggi?
Domanda semplice con una risposta altrettanto semplice: perché nella nostra epoca il testo scritto sta per sparire. Volenti o nolenti viviamo in tempi nei quali i social network ci impongono le loro modalità comunicative, che si spingono sempre di più verso le fotografie e i video. Il libro sta per sparire, lasciando ai pixel e alle icone tutto lo spazio conquistato nel corso dei secoli.

Perché scrivere di viaggi: una strada complicata

Il viaggio ormai è sublimato nella sua dimensione virtuale che, per ovvie necessità, si mostra sempre perfetta e platonicamente ideale. I luoghi del mondo cessano di essere descritti per mezzo delle parole e convergono verso una massa informe di immagini.

Il libro, per essere apprezzato, richiede tempo. Bisogna leggerlo, valutarlo, ritornare indietro. Richiede studio e riflessione da parte di chi lo scrive e di chi lo legge. Un’immagine, al contrario, è facilmente fruibile: la si guarda forse un secondo e poi si passa alla successiva. Quello che lascia è il nulla o poco più.
Come sempre capita, in ogni aspetto della vita, l’eccesso uccide la fantasia. Una cosa è leggere una descrizione e, sulla scorta delle parole, immaginarsi i colori di una spiaggia caraibica, il profumo di incenso di un tempio buddista, il rumore di un souk marocchino, il caldo mortale di un deserto africano. Ben diverso è contemplare quel luogo da tutte le possibili angolazioni, modificato dai filtri fotografici disponibili su qualsiasi app.

Il viaggio, in questo modo, perde tutta la sua sostanza per ridursi a una mera apparenza.

Perché scrivere di viaggi: il ruolo eversivo di un libro

Da qui la necessaria celebrazione del libro di viaggi quale strumento per la creazione di una propria mitologia personale. Il desiderio di un viaggio è tanto più vivo quando viene indotto da un fantasma letterario. Quanta gente, incluso il sottoscritto, è partito per la Patagonia a causa delle suggestioni create nella propria anima dalla lettura di Chatwin o Theroux? Quanti hanno deciso di seguire le impronte di Terzani in Asia o di Kapuscinski in Africa?
I racconti di viaggio hanno un ingrediente segreto di cui le immagini su Instagram sono prive: traboccano di dettagli. A volte si tratta di aspetti squisitamente banali come un pasto o uno spostamento in autobus. Descrivono emozioni, sentimenti, sensazioni. La parola scritta dà il via all’astrazione più pura, a una pratica di ricezione infinitamente più lenta, più lunga e più soddisfacente.

Perché scrivere di viaggi: una necessità interiore

Viaggiare in assoluta libertà presuppone un totale abbandono dei sensi. Mentre ci muoviamo lungo una pista sconnessa dello Yunnan i nostri sensi amplificano le percezioni. Il nostro corpo, animato dall’adrenalina, diventa più ricettivo e si pone in maniera aperta verso il mondo. Emozioni, delusioni, gioie, fatiche e stupore si mescolano in un nuovo ed esplosivo mélange che ci rende in qualche misura dei filosofi.
Scrivere di viaggi, dunque, diventa una necessità. Permette all’autore di mettere indelebilmente su carta il proprio io più profondo e nascosto. Gli consente di raccontare una sua verità, che può essere condivisa o meno dai lettori, ma che è comunque portatrice di un messaggio nuovo e inaudito.

Perché scrivere di viaggi
Photo by Elijah O’Donell on Unsplash

Vivere, quindi, e immagazzinare nel proprio subconscio per poi riesumare il tutto e dargli un ordine, uno schema. Definire nuove linee di pensiero e cercare un punto comune con le anime a te affini, questo è lo scopo dello scrittore di viaggi.

Perché scrivere di viaggi: il mio libro

Da tutto questo forse capirete perché ho deciso di scrivere un libro e perché su questo blog potete trovare una rubrica di recensioni in cui si analizza la letteratura di viaggio. Recensioni di libri di autori famosi e non, perché anche autori meno noti hanno la capacità di far nascere l’interesse per un luogo del mondo. Perché il viaggio come scoperta lo si può vivere in presa diretta, ma anche comodamente seduti sulla poltrona di casa. Le due cose non si escludono a vicenda, anzi tendono a intrecciarsi sempre più fittamente.

Perché scrivere di viaggi: Marco Lovisolo
Copertina del mio libro

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P.S. Hai visto mai che sia riuscito a convincervi a comprare qualche libro di viaggi? Perché mi verrebbe da consigliarvene uno davvero, ma davvero bello…

Delusione del viaggiatore

Psicologia del viaggiatore: la delusione

psicologia del viaggiatore

In un precedente post ho parlato della “delusione” che, a volte, affligge chi viaggia. Il problema è che non si sa mai bene cosa aspettarsi da un viaggio, per cui, saltuariamente, può capitare di andare incontro a piccole frustrazioni.

Passiamo il tempo a fantasticare sulla destinazione, ma non mettiamo in conto tutti i disagi necessari per raggiungere quella meta. Ci concentriamo esclusivamente sul “dove” e tralasciamo totalmente il “come”.

Eppure ci sono altri motivi che possono dare vita a questo lieve disinganno, cause decisamente più subdole.

Psicologia del viaggiatore: la mancanza di ricettività

Uno dei motivi con i quali mi scontro spesso è la mancata coincidenza tra ricettività personale e luogo visitato.

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continuare a viaggiare

Perché continuare a viaggiare?

continuare a viaggiare

Non so voi, ma a me continuano a porre questa domanda. Argomentandola, anche:
«Hai già visto buona parte di mondo, adesso hai una bimba piccola… fermati un po’!»
Ma fermatevi voi!

Non si riesce proprio a farglielo capire. Basta essere nomadi una volta, una volta sola, per sapere con assoluta certezza che si ripartirà appena possibile. È sufficiente avere fatto un solo passo per possedere la perentoria sicurezza che l’ultimo viaggio non sarà mai l’ultimo.
Quella passione fatta di spaesamento, dilatazione del tempo, solitudine esistenziale, lieve irresponsabilità, non abbandonerà mai più il corpo di chi l’ha provata.

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Viaggiatori o turisti: il caso

Viaggiatori o turisti… ancora!

viaggiatori o turisti

Da un po’ di tempo su vari travel blog (e non solo) un dibattito infiamma le folle: meglio essere viaggiatori o turisti? Una di quelle “italianate” che regolarmente vedono contrapposti schieramenti di tifosi: Canon vs/ Nikon, Totti vs/ Del Piero, PD vs/ M5S… Come sempre capita in queste discussioni, i contendenti di ciascuna fazione pensano di avere nelle loro mani LA verità assoluta e si sentono autorizzati a tacciare la controparte di “apostasia”.

Viaggiatori o turisti: ma è questo il vero problema?

Lo so cosa state pensando: vista la premessa, vorrà esprimere la sua opinione. Da che parte si sarà schierato? Da nessuna. Per essere del tutto sincero il mio pensiero al riguardo è di una chiarezza cristallina: macchissenefrega!

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In viaggio dentro se stessi

viaggio dentro se stessi

viaggio dentro se stessi
Photo by Benjamin Davies on Unsplash

Il solo viaggio è quello interiore
Rainer Maria Rilke

Immagino la vostra espressione in questo momento. Vi starete dicendo: «Marco deve essere a corto di argomenti e per tirare su un articolo si riduce anche lui a scrivere questi pipponi sul viaggio come cambiamento

Tranquilli, nulla di tutto questo. L’argomento del viaggio come scoperta l’ho già trattato. Ho anche parlato del viaggio che mi ha cambiato la vita. Per chi non avesse letto questi articoli, chiarisco subito una cosa: non ho mai avuto visioni mistiche e non sono tornato a casa portatore di nuove e sconvolgenti verità. Semplicemente ho imparato a percepire me stesso in maniera differente, perché durante il viaggio si scoprono spesso aspetti personali che in misura impercettibile modificano la nostra identità.

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Scegliere la meta di un viaggio

Scegliere la meta di un viaggio

Scegliere la meta di un viaggio

Scegliere la meta di un viaggio
Photo by rawpixel.com on Unsplash

Inizio questo post con una domanda marzulliana: siamo noi a scegliere la meta di un viaggio o è il viaggio a scegliere noi?
E se dopo questa brillante pensata volete chiudere il post, sappiate che vi capisco. Prima, però, datemi un’opportunità per spiegarmi.
Qualche tempo fa mi sono trovato a leggere un flame su uno dei tanti gruppi Facebook dedicati al viaggio. L’argomento del contendere era piuttosto infantile: è più forte il mal d’Africa o il mal d’Asia? Ognuna delle due fazioni portava argomentazioni a sostegno della propria tesi, alcune condivisibili, altre assolutamente banali.

La cosa, però, mi ha portato a riflettere e a domandarmi quale dei due Continenti fosse il mio favorito. La risposta (e sia chiaro, si tratta di un’opinione PERSONALE) è giunta immediatamente: Asia.
Già, ma quella risposta portava con sè un’altra domanda: perché? Perché l’Asia e non l’Africa o il Sudamerica o, per assurdo, l’Antartide?

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Ritorno a casa

Ritorno a casa: abitare l’intermezzo

ritorno a casa

ritorno a casa
Ritorno a casa

Dopo qualche post necessario alla riorganizzazione del blog, torniamo qui a parlare di filosofia del viaggio.
Alcune settimane fa avevo parlato delle zone “intermedie” del viaggio, quei momenti non ben definiti che si infilano tra il prima, il durante e il dopo. In quell’occasione scrissi della fase intermedia esistente tra il prima e il durante. Vivere il viaggio passa anche dall’attesa all’aeroporto, dal volo, da tutti quegli infiniti momenti che dividono l’attimo in cui ci si chiude la porta di casa alle spalle dall’arrivo a destinazione.

Ma che dire della fase che intercorre tra il durante e il dopo? Di quel periodo, anch’esso relativamente breve, che occupa il tempo tra il momento in cui si sale sul taxi che ci condurrà in aeroporto e quello in cui si infila la chiave nella porta di casa?

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Filosofia del viaggio

filosofia del viaggio

filosofia del viaggio
Filosofia del viaggio

Scrivere un libro di viaggi e promuoverlo sul blog mi ha obbligato a riflettere attentamente sulla dimensione del viaggio. Nel periodo in cui lavoravo sul libro avevo ben chiaro in mente il mio obiettivo: raccontare le mie vicende personali, certo, ma corredandole con serie valutazioni. Questa scelta mi ha portato in due differenti direzioni:
– da un lato mi sono dovuto informare profondamente sulla realtà storico-culturale del paese di cui stavo parlando, in modo da inserire le mie vicissitudini nel contesto che mi circondava.
– dall’altro ho dovuto scavare in profondità per cercare di comprendere quale sia per me il significato autentico dell’esperienza di viaggio. Perché viaggiare non vuol dire solo fare una collezione di luoghi. C’è molto di più: crescita personale, tolleranza, capacità di improvvisazione, coscienza del proprio essere.

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