Narrativa di Viaggio

Elogio della letteratura di viaggio

letteratura di viaggio
I ferri del mestiere

Zitti, zitti, zitti… tanto vi sento anche se non parlate. State dicendo più o meno così:
«Ah, beh, grazie! Hai scritto un libro di viaggi, lo credo bene che adesso stai qui a magnificare la letteratura di viaggio

In effetti non posso darvi torto: cerco di tirare l’acqua al mio mulino. Tuttavia, vorrei allargare il discorso e spiegarvi perché io ritengo la letteratura di viaggio particolarmente importante oggi.
A mio personale avviso la narrativa più autentica è quella che racconta in presa diretta i fatti, le cose, la realtà che ci circonda. Badate bene, NON ho detto la più importante o la più nobile, semplicemente la più “autentica”.
Perché?

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afferrare la bellezza di un viaggio

Si può afferrare la bellezza in viaggio?

bellezza in viaggio: come afferrarla?
Scrivo per cogliere la bellezza di un viaggio

Perché questa domanda: come cogliere la bellezza in viaggio?
Possiamo stare qui a contarcela quanto ci pare. Il viaggio ha i suoi aspetti “catartici”: ti mette alla prova, ti fa fare i conti con te stesso e le tue paure, cambia i parametri attraverso i quali valuti il mondo e ciò che ti circonda.

Tuttavia non possiamo negare un fatto evidente: in giro per il mondo non ci si va solo ed esclusivamente per il semplice piacere di vagabondare. Se così fosse, basterebbe spostarsi di venti chilometri da casa ed esplorare le zone circostanti. Andiamo in India perché stimolati dall’incontro con una cultura nuova e diversa, per assaggiare cibi insoliti, per confrontarci con l’Altro e l’Altrove in ogni sua forma, per vivere sensazioni nuove e inedite. Ma lo facciamo anche per scattare una bella foto davanti al Taj Mahal, per catturare le immagini erotiche di Khajuraho, per immortalare i suggestivi corsi d’acqua delle backwaters del Kerala. Durante i nostri viaggi, più volte al giorno usiamo le nostre macchine fotografiche o i telefoni per afferrare la bellezza in viaggio e rendere immortale un attimo della nostra vita.
Perché?

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Desert Island Record

#DesertIslandRecord

Tirato in ballo dalla blogger Orsa nel carro non mi sono potuto esimere dallo stilare il Desert Island Record,  la classifica degli album che mi porterei su una spiaggia deserta. In realtà devo dire che si tratta anche di un’ottima scusa per aggirare il blocco dello “scrittore” che da qualche tempo mi fa fare una fatica bestiale per riuscire a mettere insieme le circa seicento parole necessarie per pubblicare uno straccio di post, quindi ne ho subito approfittato.

Desert Island Record: premessa

Premessa: tra le mille attività nelle quali ho riversato un mucchio di soldi, tempo e fatica, ma che non mi hanno restituito quasi nulla, oltre alla scrittura, c’è anche la musica. Ebbene sì, oltre che un quasi-scrittore e quasi-blogger sono pure un quasi-musicista, un quasi-chitarrista per la precisione. Del resto ho cominciato che avevo vent’anni, all’epoca i capelli c’erano ancora tutti e cosa c’era di meglio che fare il chitarrista metal? Questo per dirvi che tra gli album di cui parlerò ce ne sono anche un paio di quelli che mi hanno indotto a imbracciare la chitarra e conseguentemente a fare bestemmiare i miei vicini di casa come dei camionisti turchi.
Bene, allora cominciamo.

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Salone del Libro di Torino

Salone del Libro di Torino

Salone del Libro di Torino
Salone del Libro di Torino

Nemmeno il tempo di riprendermi dalla fatica di Tempo di Libri che subito mi ritrovo catapultato nella più importante fiera nazionale del settore: Il Salone del Libro di Torino, giunto quest’anno alla sua trentesima edizione.

Abbiate pazienza, ma io sono torinese, figlio di torinesi e per tutta la mia vita, fino ad agosto del 2016, ho vissuto a Torino. Purtroppo ho ben più di trent’anni, per cui il Salone del Libro l’ho visto letteralmente nascere,  crescere e diventare la più importante fiera editoriale italiana. Per noi torinesi il Salone del Libro è motivo di vanto assoluto, ben superiore a quello di altre realtà marcatamente più commerciali, tipo Eataly.

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Addio per sempre!

Accussì te ne vaie!

inviare un manoscritto
Addio per sempre!

E niente, è giunto il tempo di inviare un manoscritto all’editore. Ci ho provato in tutti i modi a ritardare il più a lungo possibile la pubblicazione del mio libro di viaggi.  Del resto ci sono sempre molti problemi con il selfpublishing, incluso lo scrivere senza errori grammaticali. Aggiungiamo altre tre o quattro riletture da cima a fondo che male non fanno, correzioni, aggiunte, tagli vari e infine una decina di chili conquistati bevendo ettolitri di birra trappista mentre facevo tutte le cose di cui sopra. Adesso, però, è arrivato il momento, non c’è più tempo per tergiversare. Basta con la scrittura: bisogna spedirlo e farlo pubblicare da Youcanprint.

Inviare un manoscritto: qualcuno lo leggerà?

E poi milioni di persone lo leggeranno e penseranno: «Questo è un pirla», scriveranno recensioni infamanti ed io non potrò più uscire di casa, sarò costretto a camuffarmi da eschimese e infine dovrò trasferirmi nell’angolo più remoto della Groenlandia, dove verrò raggiunto da un branco di orsi polari che invece di sbranarmi mi prenderanno per il culo: «Oh, raga, è arrivato lo scrittore di viaggi
«Milioni di persone lo leggeranno»? Dunque, se ci mettiamo una copia per mia moglie e una per mia madre, che saranno le uniche lettrici, per arrivare al primo milione me ne mancherebbero 999.998. Mumblemumblemumble… Mah, forse non è il caso di agitarsi tanto.

Inviare un manoscritto: sembra facile…

Beh comunque sia, il solo pensiero di privarmi del mio libro mi fa sentire peggio di Linus quando gli portano via la coperta. Per me ormai è come un figlio, anzi è MIO figlio! Ecco, la madre “siciliana di Sicilia” che si nasconde in me è finalmente venuta allo scoperto.
«Fiiiigghiuuuuu, figghiu beddu, unni vai?» urlo come un ossesso, rivolto alla chiavetta USB che contiene l’oggetto di tutto il mio amore e della mia scrittura.

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No Panic

Keep calm and pubblica ‘sto libro!

scrivere senza errori grammaticali
No Panic

Il problema è scrivere senza errori grammaticali. Arrivati a questo punto è bene ammetterlo: creare un blog, studiare il social network marketing, fare l’analisi di mercato sul pubblico in realtà altro non erano che scuse. Belle e buone, altroché. La verità è che io avevo (ho) una paura dannata di pubblicare questo libro. La scrittura mi ha portato via un sacco di tempo e fatica, mi ha impegnato più di qualsiasi altro progetto io abbia iniziato nella vita, mi ha assorbito risorse che non credevo di avere. Quando ho messo la parola ‘fine’, mi sono sentito prosciugato.
A quel punto si potrebbe pensare che il più sia stato fatto. E invece no, perché è proprio lì che si nasconde il più subdolo e insidioso dei dubbi di tutti noi scrittori self publishing:
«Ma qualcuno lo leggerà mai ‘sto coso?»

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