viaggi e incontri

Viaggi e incontri: gli ingredienti della felicità

Viaggi e incontri? «Finalmente ti sei deciso a scrivere di nuovo?» vi starete chiedendo. Già, forse ve ne sarete accorti: da un po’ di tempo sono latitante con i post. Impegni vari mi stanno tenendo lontano dal blog e mi obbligano a ridurre le “uscite”. Cosa che, immagino, a voi faccia immenso piacere.

Comunque, mi sono reso conto che per troppo tempo mi sono mantenuto eccessivamente serio e ho deciso di tornare al mio tono più cazz… ehm, faceto.

Siccome questo sito nasce principalmente come vetrina del mio libro Lo zaino è pronto, io no, ho pensato di offrirvene alcuni piccoli estratti, in modo che vi possiate fare un’idea precisa del libro che cambierà per sempre il concetto di letteratura di viaggio. Eh, ve l’ho pur detto che avrei dato spazio al mio lato… faceto.

La meta non conta

Sono sempre stato convinto che l’elemento determinate di ogni viaggio in solitaria, siano gli incontri fatti lungo la strada. Uno degli aforismi di viaggio che mi piace ripetere fino alla nausea è un proverbio zen:

“La meta non conta. Ciò che è davvero importante è il viaggio che fai per raggiungerla”.

Lo so, si tratta di un luogo comune ormai banalizzato, ma i luoghi comuni sono tali perché contengono delle verità. Questa frase, a mio avviso, è lapalissianamente eloquente. La meta di un viaggio non deve mai essere il nostro fine. Semplicemente, deve essere un pretesto per mettersi in moto, per interpretare il viaggio come scoperta, perché è lungo quel percorso che affrontiamo difficoltà, risolviamo problemi, ci misuriamo con noi stessi. È lungo quel percorso che incontriamo persone, ci confrontiamo con l’Altro e l’Altrove, stringiamo amicizie.

Viaggi e incontri: un’alchimia perfetta

Ecco, le persone, il vero ingrediente segreto dei viaggi on the road. Nel corso del mio girovagare per il mondo, ho incontrato ogni genere di individuo. E proprio di viaggi e incontri vorrei parlare, dei dialoghi, delle incomprensioni, delle inaspettate sorprese che stupiscono sempre i viaggiatori che hanno il coraggio di affrontare il mondo.

viaggi e incontri
Viaggio in solitaria – Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

Undici incontri bizzarri, divertenti, meravigliosamente assurdi che hanno dato un tocco di originalità a ogni mio viaggio on the road. Si comincia con l’artigiano dell’isola di Lamu, con il quale ho ingaggiato una battaglia di baratti, per passare a due “fattoni” incrociati durante il mio viaggio in Messico on the road. Ci sarà il post sull’amabile vecchina che mi ha sfamato in una  notte guatemalteca. Si proseguirà con alcuni truffatori indiani, uno chef appassionato di cucina peruviana e carbonara, un originale proprietario di albergo a La Paz. Uno spericolato tassista cambogiano, uno spietato agente di viaggi di Hanoi e un assillante ubriacone di Luang Prabang hanno caratterizzato il mio viaggio in solitaria nel sudest asiatico. Come è logico che sia, tutto si concluderà alla fine del mondo, in Patagonia, dove incontrerò strani viaggiatori: una coppia di gentili energumeni in Argentina e degli alpinisti impietositi dalle mie condizioni in Cile.

Perché gli incontri sono  importanti

Viaggi e incontri che mi hanno aiutato a cambiare le modalità con le quali percepisco me stesso, perché se c’è una cosa che si impara è che il viaggio in solitaria conduce inesorabilmente verso la propria soggettività. Quando si parla di viaggio come scoperta si intende parlare solo di ciò di cui si è portatori. Il percorso che si compie è sempre un viaggio dentro se stessi. Quello che abbiamo dentro è quello che proietteremo all’esterno e le persone reagiranno di conseguenza.

viaggi e incontri
Strani incontri fatti in viaggio – Photo by Justin Lim on Unsplash

Come avete potuto vedere dall’elenco precedente, non si tratta solo di popolazioni locali. Altri viaggiatori hanno avuto un ruolo molto importante nel corso dei miei vagabondaggi. A volte mi capita di domandarmi che ne sia stato di loro. Che ne è stato di quel prete messicano incontrato in aeroporto o di quei due friulani matti con i quali ho fatto bisboccia nella mia ultima notte a Cancùn? Che ne è stato di quella coppia in viaggio di nozze in India o di quel ragazzo spagnolo con il quale ho parlato di informatica nel mezzo del delta del Mekong? E Rodrigo, quel cileno pazzo che in una fredda notte patagonica reclamava ad alta voce il suo inalienabile diritto al nomadismo? Dove saranno ora tutti quanti? Si ricorderanno di un italiano sghembo con il quale hanno percorso un pezzo del tragitto?

Viaggi e incontri: lo zaino è pronto,  io no

Se quanto hai letto ti ha in qualche modo incuriosito, potresti trovare interessante il mio libro di viaggi, dal titolo Lo zaino è pronto, io no. Un libro nel quale cerco di raccontare il viaggio come scoperta assoluta del proprio Io. Il viaggio è un’esperienza esistenziale che ti mette allo specchio. Ti obbliga ad avere a che fare con la persona che sei. Perché tu con quella persona ci devi trascorrere le ore, ci devi mangiare insieme, devi andarci a dormire. Devi convincerlo che le sue paure sono infondate e che dietro a quell’angolo che lui non vuole girare, c’è un  mondo strapieno di nuove prospettive.

Qui si seguito puoi trovare alcune anteprime, con contenuti differenti rispetto a questi piccoli estratti. Alla pagina recensioni puoi leggere cosa ne pensano lettori, blogger e riviste specializzate in viaggi. Infine alla pagina FAQ puoi trovare tutte le informazioni necessarie all’acquisto: librerie fisiche dove puoi trovare il libro, negozi on line che lo vendono, sconti, promozioni ecc.

Buona lettura.

Cucina peruviana e chef fissati con la carbonara

Cucina peruviana e chef originali

Vi chiederete: “Che c’entra la cucina peruviana con un libro di viaggi?”

Beh, ho pensato che dal momento che il precedente articolo sui personaggi insoliti incontrati durante i miei viaggi zaino in spalla è piaciuto, direi che posso proseguire. E la cucina peruviana c’entra eccome!

Oggi mi piacerebbe parlarvi di una vicenda che mi è capitata durante il mio viaggio in solitaria in Sudamerica.

Cucina peruviana sul lago Titicaca

Nell’unica sera del mio soggiorno a Puno, sul Lago Titicaca, in Perù, decido di andare a mangiare in un ristorante consigliatomi da alcuni ragazzi italiani incontrati in Bolivia.
Percorro la strada dalla mia pensione alla locanda sacramentando come un’anima dannata a causa del freddo assassino e, una volta arrivato, mi ci fiondo dentro.

Dallo sguardo del personale e degli altri avventori capisco che non devo avere un bell’aspetto. Credo sia a causa delle calze pesanti che mi sono messo sulle mani come se fossero delle muffole. Del resto che volete? Ho dimenticato i guanti in Italia. Quando viaggi zaino in spalla ti porti dietro solo l’essenziale e i guanti non lo erano. Così mi sembrava, almeno…

Comunque, prendo un tavolo bello isolato, mi siedo e comincio a sfogliare il menù (dopo essermi tolto le calze dalle mani).

Cucina peruviana? Sicuro, sicuro?

Dopo pochi secondi mi si avvicina un cameriere, che mi dice:
«Señor, se può interessarle, la nostra specialità sono gli spaghetti alla carbonara».
Alzo il sopracciglio e lo guardo perplesso.
«Spaghetti alla carbonara?»
«Sì, señor».
«E va bene ciccio, portami un po’ questi spaghetti alla carbonara. Ma…»
«Ma?»
«Ma occhio perché io sono ITALIANO. Ora, mi sento magnanimo e voglio concederti una possibilità per uscire dignitosamente da questa sgradevole situazione. Sei proprio sicuro di voler portare a un italiano una carbonara cucinata da un peruviano a tremila metri d’altezza?» chiedo con sguardo minaccioso.
«Ehm… Chiedo al cuoco» mi risponde.
«Ecco, bravo, chiedi al cuoco, va’» dico io, pensando: “La carbonara in Perù… tsè, non c’è più religione. Pensa te se io devo farmi un viaggio in solitaria fin quaggiù per mangiarmi una carbonara scotta”.

Cucina peruviana e chef originali
Cucina peruviana e chef originali – Photo by Tim Mossholder on Unsplash

Di colpo sento una porta che sbatte alle mie spalle. Mi giro sulla sedia e vedo il cuoco che mi guarda senza parlare. Ci fissiamo in silenzio mentre una musica western di Ennio Morricone risuona nel silenzio della stanza. I camerieri e gli altri clienti si zittiscono a loro volta e ci guardano con i piatti e le forchette sollevati a metà.

Uno chef originale

«Il signore desidera forse una carbonara?» chiede il cuoco con voce gelida.
«Il signore desidera una pasta che sia anche solo vagamente commestibile. Non credo che in Sudamerica si possa pensare di mangiare una vera carbonara» rispondo beffardo.
Il cuoco socchiude gli occhi, mi lancia un ultimo sguardo di sfida e rientra in cucina. Io mi rigiro, ordino un calice di vino rosso argentino e mi metto a leggere un libro.
Dopo venti minuti un cameriere timoroso mi porta un piatto di spaghetti, lo posa davanti a me e, senza dire mezza parola, se ne va.
Chiudo il libro, guardo il piatto, lo annuso.
«Ah, però!» dico tra me «Sembra davvero una carbonara».

Cucina peruviana e carbonara
Cucina peruviana e carbonara – Photo by Brooke Lark on Unsplash

Con la coda dell’occhio vedo delle ombre di teste che sporgono dalla cucina. Mi giro di scatto e di fronte a me trovo solo una porta chiusa.

Prendo la forchetta, arroto qualche spaghetto e assaggio. Incredibile. È davvero una carbonara! Pure buona. Certo, manca qualche accorgimento: hanno usato il parmigiano al posto del pecorino e di guanciale nemmeno l’ombra, ma, considerato che siamo in Sudamerica, è davvero notevole.
Mi alzo, vado verso la porta della cucina, la apro, ci ficco dentro la testa e sorrido al cuoco facendogli vedere il pollice alzato.
«Molto buona, chef».
Il cuoco si mette a ridere e mi dice:
«Beh, adesso finisci la pasta e poi torna qui in cucina; ti faccio vedere come la preparo».

Torno di là, attacco il piatto di carbonara e mi faccio portare un altro calice di vino.

Cucina peruviana e programmazione accurata

Terminato il pasto, torno in cucina, dove vengo accolto come uno di famiglia. Il cuoco è un fanatico perfezionista e mi fa vedere che per cuocere bene la pasta si è procurato un intero set di pentole a pressione. Ad alta quota l’acqua bolle a temperature più basse e questo impedisce alla pasta di cuocere bene. Con la pentola a pressione si garantisce una cottura perfetta, a patto che sia rigorosamente rispettata la proporzione tra acqua e pasta. Proporzione che, ovviamente, il cuoco non mi ha voluto rivelare.
«E il parmigiano?» chiedo.

Apre la cella frigorifera e mi fa vedere chili di parmigiano sottovuoto importati dall’Italia. Importati, poi, è una parola grossa. Diciamo che ha molti parenti e amici che vivono in Italia e che tutte le volte che tornano in Perù si portano dietro una valigia piena di parmigiano e lo riforniscono. E non escludo che tra i fornitori ci sia anche qualcuno che sta facendo un viaggio in solitaria come il sottoscritto.

Beh, a questo punto non posso che riconoscere la mia sconfitta e inchinarmi di fronte alla passione culinaria di questo originale esponente della cucina peruviana.

Scambio ancora alcune parole, saluto tutti come se fossero dei parenti stretti, esco e me ne torno in albergo. Lungo la strada sento ancora in bocca il sapore della pancetta.

Poi dicono che quelli che viaggiano zaino in spalla mangiano male…

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personaggi insoliti

Personaggi insoliti e dove trovarli

Personaggi insoliti. O forse sarebbe meglio dire “Sei personaggi in cerca d’autore”. Tranquilli, non ho velleità da Premio Nobel. Semplicemente vi voglio parlare di alcuni individui, davvero originali, che mi è capitato di incontrare nel corso dei miei viaggi. Perché sì, quando fai un viaggio in solitaria, a volte ti trovi ad avere a che fare con della gente davvero, come dire? Strana, ecco.
Siccome nel mio libro (vi ho già detto che ne ho scritto uno?) parlo di sei viaggi, ho deciso di selezionare un individuo per ognuno di essi. Tuttavia, sappiate che nel mio libro di viaggi ne potrete trovare molti altri. Così, per dire, eh…

Personaggi insoliti e dove trovarli: in Kenya

Un bel mattino di febbraio stavo vagando sulla spiaggia di Shela, isola di Lamu, sulla costa orientale del Kenya, quando, trullo trullo, mi ritrovai a osservare la bottega di un artigiano locale. “Bottega” forse è un termine un tantino esagerato, visto che si trattava di due pali piantati a terra e una tettoia appoggiata sopra.

personaggi insoliti: il bottegaio di Lamu
Photo by Mike Petrucci on Unsplash

Sia come sia, la merce esposta all’interno era davvero interessante. Si trattava di tipico artigianato del Kenya. Legno lavorato e trasformato in incantevoli figure: monili, posate, cofanetti. La mia attenzione cadde su una piccola cassettiera in legno d’ebano, intarsiata in maniera magistrale e dotata di decine di minuscoli cassetti. L’ammirai con attenzione fino a quando non sentii un rumore alle mie spalle. Si trattava dell’artigiano, nonché “titolare” della bottega.

L’uomo aveva un’età indefinita, lunghi capelli rasta, una pelle scurissima sulla quale spiccava un sorriso bianco come la neve. Ci presentammo e demmo il via alla contrattazione. Già, perché in Africa ogni giorno un viaggiatore si sveglia e sa che dovrà essere molto più furbo di chiunque gli si avvicini per vendergli qualsivoglia merce.

Ha inizio la contrattazione

Dal mio punto di vista la situazione si poneva sotto i migliori auspici: semplicemente non avevo denaro. Non che non ne avessi in quel preciso momento, proprio non ne avevo in generale. Stavo facendo un viaggio in solitaria in mezzo all’Africa, e mettere insieme il pranzo e la cena era una fatica immane.

La cosa non turbò minimamente il mio interlocutore.

«Sei senza soldi, amico? Hakuna matata (“Non c’è problema” in lingua swahili. E guardatevelo un film Disney ogni tanto!) Hai qualcosa da scambiare?»

Quello fu il preciso istante in cui capii di essere fregato. Non sono mai stato bravo a mercanteggiare e lo scaltro individuo di fronte a me lo sapeva benissimo.
Decisi di stare al gioco. Partì una folle contrattazione che mise sul piatto monili di legno, magliette, posate in forma di elefante, pantaloncini corti, braccialetti, biancheria intima, medicine e birre. E la famigerata cassettiera, dalla quale era partito il tutto.
Stavo quasi per accettare, quando Antonio, il mio neurone, decise provvidenzialmente di attaccare il turno. Mi resi drammaticamente conto di essere sul punto di fare un scambio che mi avrebbe lasciato letteralmente in mutande.

Mandai tutto a monte e ricominciammo da capo. Questa volta mi impegnai come se fosse la più importante partita di Risiko della mia vita e dopo una buona ora giunsi a un accordo soddisfacente: la cassettiera in cambio di un paio di magliette, qualche scatola di medicine e un po’ di denaro.

Personaggi insoliti: il pubblico

A proposito di personaggi insoliti: durante la contrattazione intorno a noi si era riunita una nutrita schiera di spettatori, che commentavano con indiscussa competenza lo scambio in corso. In Africa funziona così: ogni aspetto della vita quotidiana assume un’importanza pubblica. Al termine della transazione, si alzò una risata liberatoria e tutti quanti pensarono di congratularsi con i due contendenti. Non so bene come avvenne, ma mi ritrovai invischiato in un gioioso gioco collettivo nel quale tutti volevano salutarmi e scambiare qualche parola con me. Qualcuno andò anche a chiamare parenti e amici per presentargli il muzungu (“uomo bianco” in swahili) che aveva trascorso un intero pomeriggio a lottare con le unghie e con i denti per portarsi a casa un souvenir del Kenya.

personaggi insoliti sull'isola di Lamu
Photo by Javi Lorbada on Unsplash

Alla fine cenai a casa dell’artigiano in compagnia di almeno sette generazioni della sua famiglia, nella quale i personaggi insoliti abbondavano. Seduto su una stuoia, dentro una piccola capanna che dava sul mare, sorridendo e chiacchierando con tutti, senza capire mezza parola di ciò che mi veniva detto. Uno dei momenti più belli della mia vita, fatto di solidarietà, amicizia, vicinanza. Un attimo che mi aiutò a capire che il viaggio in solitaria ti obbliga ad adeguare il tuo passo a realtà nuove e inaspettate, ti inebria con sensazioni di impagabile libertà, ti fa danzare con la vita pura e densa. Un istante che mi mise di fronte a un concetto che amo ripetere spesso: i viaggiatori, in realtà, sono artisti, perché il viaggio è perfetta metafora dell’arte e della vita.

Un’esperienza indimenticabile

A tutto questo pensavo mentre tornavo alla mia pensione nascosta negli stretti e freschi vicoli di Lamu Town, chiedendomi se per caso non mi avessero imbrogliato. Ma alla fine dei conti, che importanza poteva mai avere? Avevo passato un pomeriggio a vivere pienamente, avevo conosciuto persone bellissime e incredibili, avevo sperimentato quelle sensazioni di viaggio che inseguivo da una vita. Dentro quei piccoli cassetti c’erano ricordi e meraviglie che mi porto dietro ancora oggi.

personaggi insoliti in Kenya
Photo by Erol Ahmed on Unsplash

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Viaggiare in coppia e pianificazione

Viaggiare in coppia

viaggiare in coppia

Ogni tanto mi capita di rileggere alcuni miei vecchi post. Un po’ per “ristrutturarli” (principalmente in ottica SEO), un po’ perché mi danno delle nuove idee da sviluppare. Oggi mi trovo nel secondo caso.

Tempo fa scrissi questo articolo: viaggio in solitaria o viaggio in compagnia? Entrambe le modalità presentano degli innegabili vantaggi. Il viaggiatore solitario non ha nessuno a cui rendere conto. Questo gli permette di liberarsi delle numerose impalcature sociali che regolano la sua vita e lo induce ad aprirsi al nuovo mondo che lo circonda.

D’altro canto il viaggio in compagnia ci permette di espandere la nostra esperienza. Non c’è più una sola coscienza che percepisce l’Altro e l’Altrove. Viaggiare con altre persone ci permette di cogliere aspetti che da soli avremmo trascurato. E ci può anche aiutare a ricordare. Letteralmente.

Il mio nuovo spunto di riflessione è questo: va bene il viaggio in compagnia, ma quanto deve essere numerosa questa compagnia?

Viaggiare in coppia: perché è meglio del gruppo

Dopo averci riflettuto un po’ sono giunto alla conclusione che la cifra giusta sia due.

Il gruppo troppo numeroso comporta un numero eccessivo di dinamiche personali. Inevitabilmente si creano dei sottogruppi ed emergono dei leader, che giocoforza impongono delle scelte non gradite da tutti. Oltretutto, per un gruppo, un orso come il sottoscritto è chiaramente indigesto: troppo indipendente, irrispettoso delle regole, privo di rapporti che lo leghino a comportamenti prestabiliti.

Viaggiare in coppia permette di mantenere a distanza tutte quelle tipologie di viaggiatori che si incontrano lungo la strada: i gruppi che si muovono in massa così come i solitari indesiderabili. Perché sì, ci sono anche quelli ed io ho il serio dubbio di averne fatto parte in un paio d’occasioni…

Viaggiare in coppia: la costruzione di un rapporto speciale

Il vagabondaggio con un’altra persona ci mette al riparo da molte seccature. Aiuta a mitigare l’angoscia della solitudine, permette di vedere con occhio differente tutte le difficoltà burocratico-logistiche. Riduce gli effetti del viaggio dentro se stessi che ci attacca durante il tragitto solitario, quando siamo obbligati a prendere coscienza della nostra soggettività.

Il compagno fidato diventa un elemento basilare del viaggio. Con lei/lui condividiamo la fatica, le lunghe attese, i silenzi, le gioie, la realizzazione del progetto, l’aspettativa. Diviene una costante indelebile del nostro percorso. Il rapporto che abbiamo con questa persona si costruisce giorno per giorno, un pezzo alla volta.

Soprattutto troviamo un’anima affine alla nostra, dotata dello stesso gusto per il movimento, il cambiamento, la mobilità. Del medesimo culto per la libertà, della stessa etica ludica che il viaggio, per sua natura, richiede.

Viaggiare in coppia con il tuo compagno
Photo by Alí Díaz on Unsplash

Viaggiare in coppia: anche con un amico

Da quanto scritto sopra, può sembrare che io voglia ridurre tutto l’argomento al viaggio con il proprio partner. Ovviamente si tratta di una scelta quasi scontata, ma probabilmente vincente. Se è il nostro partner avrà sicuramente un elevato grado di affinità con noi (almeno si spera). Ma quando parlo di “coppia” intendo usare il termine nella sua accezione più ampia: un’amica/un amico possono essere degli eccellenti compagni di viaggio. Anzi, sotto alcuni aspetti è anche meglio, perché ti dà l’opportunità di riscoprire il gusto per alcune goliardate che con il nostro partner, probabilmente, non faremmo mai.

Viaggiare in coppia con un amico
Photo by Daniel Cheung on Unsplash

La presenza di un amico mette in moto la pratica del cameratismo, della cricca, della relazione mondana, senza chiudere l’orizzonte. Una coppia di amici felici costituiscono una calamita per altre persone e non precludono alcuna apertura al mondo esterno.

Viaggiare in coppia: in sostanza

Viaggiare in coppia rappresenta solo una delle mille soluzioni possibili. Come dico sempre, queste sono solo mie opinioni, che valgono tanto quelle di chiunque l’altro. L’importante, alla fine, è viaggiare, seguendo le modalità più confacenti a ognuno di noi. Il mondo lo si percepisce in maniera differente perché le nostre coscienze sono differenti. Chi si trova meglio nel viaggio in solitaria, chi in coppia, chi in gruppo numeroso. Ma la cosa che conta è viaggiare, vedere il mondo con i nostri occhi, toccare con mano tutto ciò che ci circonda.

Ti è piaciuto quello che hai letto? Sul blog puoi trovare molti altri post simili. Comincia da qui: filosofia del viaggio.

Cinque cose da NON Mettere in valigia

Cose da non mettere in valigia
Cinque cose da non mettere in valigia

Silvia di The Food Traveler ha nominato tutti per questo post sulle cinque cose da non mettere in valigia, e ci mancherebbe pure che io non accettassi la sfida. Anche perché, diciamocelo: di poste sulle cinque cose da… ne è pieno il web. Molto più sfizioso parlare delle cinque cose da NON mettere in valigia. Per cui, via.

Cose da non mettere in valigia: i libri

Sono un lettore compulsivo e ricordo bene i tempi in cui nello zaino mettevo otto chili di roba equamente divisa tra vestiti e libri. Il problema è che sono pure ossessivo nella cura dei libri: un angolo piegato ha la capacità di mandarmi in bestia che sette finali di Champions League perse dalla Juventus, levateve proprio! Quindi, prima di ogni viaggio in solitaria, mi procuravo sempre buste spessissime dentro le quali riporre i libri. Le stesse buste venivano poi arrotolate nei vestiti e disposte con cura maniacale sul fondo del bagaglio. Purtroppo uno zaino è uno zaino (maddai? Quanta saggezza in un uomo solo!) e per quanta cura tu ci metta, un libro lì dentro farà sempre una brutta fine. Al ritorno a casa i miei libri sembrava fossero caduti dentro a un fiume.

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Il viaggio che mi ha cambiato la vita

Il viaggio che mi ha cambiato la vita

Il viaggio che mi ha cambiato la vita
Viaggi che ti cambiano la vita

Per qualche strana ragione nascosta nel mio confuso subconscio, il viaggio che mi ha cambiato la vita non è stato il mio primo on the road negli USA, fatto a ridosso della maturità, quando avevo più anni che soldi in tasca.
Negli USA ci ero andato con un amico e la cultura americana non mi aveva particolarmente affascinato: troppo “vicina” a quella europea dalla quale provengo. In quell’occasione non ebbi l’impressione di vivere il viaggio come scoperta.

Il viaggio che mi ha cambiato la vita non fu nemmeno il primo viaggio in solitaria in Kenya. Devo ammettere che fu un bel banco di prova. Tuttavia molte cose, seppure in totale autonomia, me le ero organizzate da casa: il safari, il trasferimento aereo sull’isola di Lamu e ritorno ecc. Diciamo che in parte sapevo già cosa mi aspettava… o almeno credevo di saperlo perché poi, calato in quella realtà difficile, ho dovuto improvvisare parecchio.

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Viaggio in solitaria o in compagnia?

Viaggio in solitaria vs/ viaggio in compagnia

viaggio in solitaria o in compagnia?
Viaggio in solitaria o in compagnia?

Tutte le persone appassionate di viaggi che bazzicano i travel blog sanno bene che sul web infuria un duello tra i sostenitori del viaggio in solitaria e gli ultras del viaggio in compagnia.

Bene, tutto ciò premesso, ecco l’arduo quesito: qual è la migliore modalità di viaggio?

Io ho vissuto entrambe le esperienze. Per alcuni anni ho girato il mondo in solitaria e ho raccolto alcune delle mie impressioni in un libro di viaggi. In seguito ho conosciuto la donna che è diventata mia moglie e con lei ho sperimentato una nuova dimensione di viaggio.
Quali conclusioni ne ho tratto?

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Claudia Moreschi - ClaMore in Asia - @photo credit Claudia Moreschi

CLAUDIA MORESCHI – Clamore in Asia

Claudia Moreschi

Quando tornavo dai miei viaggi mi capitava spesso di raccontare le vicende che avevo vissuto ad alcune amiche. Risposta classica:
«Ah, che bello! Un viaggio in solitaria in quella parte di mondo è il mio sogno. Il problema è che una donna non può andare da sola in quei posti».
Io passavo ore intere a spiegare che in realtà i rischi sono gli stessi che si possono correre passeggiando in una qualsiasi città italiana. Provavo a dire che di ragazze che vagabondano da sole ne è pieno il mondo, ma non c’era modo di convincerle. La conversazione si chiudeva con:
«Eh, ma tu sei un maschio, non puoi capire».

Bene, e allora oggi scrivo di una donna che un giorno ha detto:
«Mollo tutto e me ne vado!»
Si è comprata un biglietto aereo di sola andata, si è caricata lo zaino in spalla e ha fatto un viaggio in solitaria per cinque mesi nel Sudest asiatico. Incredibile a dirsi è sopravvissuta e la prova sta nel libro che ha scritto e pubblicato dopo il suo ritorno: Clamore in Asia.

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